Foto di Photo Mix da Pixabay

L’avvento di Internet e la successiva rivoluzione dei social hanno cambiato in profondità le modalità di acquisizione delle informazioni e la dislocazione delle fonti della conoscenza. Possiamo ormai affermare, sulla scorta dell’esperienza e degli studi – ormai numerosi – finora condotti, oltre che dell’evidenza empirica quotidiana, che si sono modificati e si stanno ulteriormente modificando, con una progressione stupefacente, anche i processi sociali, relazionali e psicologici connessi alla formazione e alla costruzione dei saperi e, più in generale, alla fruizione dei prodotti culturali. Lo stesso concetto di rete è diventato onnipresente nei discorsi pubblici e privati; dal turismo all’economia, dalle strategie di marketing alla comunicazione l’indicazione imperativa è sempre la stessa: dobbiamo/dovete fare rete. Siamo in presenza un vero e proprio caso di bulimia lessicale. Come sempre avviene, il successo di una parola e, in questo caso del relativo concetto e sistema simbolico che esprime, ne dilata il significato e gli ambiti di riferimento. Sembrerebbe quindi oggi molto più agevole e rapido assumere informazioni, incrociare dati e verificare le diverse fonti. Anzi, molti saggi, pubblicazioni e studi prima difficili da reperire oggi sono nella disponibilità di una platea potenzialmente infinita e spesso a costo zero. Siamo di fronte, sembrerebbe, al realizzarsi di una utopia: la possibilità di conoscere è offerta a tutti, in modo facile e veloce. Il sapere non è più custodito dentro volumi, faldoni, cartelle, buste; non occorre recarsi negli archivi e nelle biblioteche ma è disponibile per tutti, con modalità semplici, rapide ed economiche. Questa descrizione corrisponde in larga parte alla verità, ma non è tutta la verità. L’accesso ai siti, alle banche dati, alle pubblicazioni online, ai volumi e ai documenti digitalizzati, alle foto e ai filmati è certamente una opportunità straordinaria che rende possibile, come mai prima d’ora, esaminare documenti e acquisire una quantità di informazioni in tempi ridottissimi e a costi assolutamente incomparabili con le situazioni precedenti, quando occorreva recarsi personalmente in una città o in diverse città per consultare, presso biblioteche, archivi, centri studi e musei, volumi, carte o per studiare opere d’arte e reperti archeologici. Tuttavia, questa è una modalità che non sostituisce le precedenti, non è – non dovrebbe essere – affatto alternativa ma si integra con le tradizionali procedure, che sono e restano necessarie, creando un potenziamento, inedito nella storia dell’umanità, del complesso degli strumenti di conoscenza oggi disponibili. Come ammoniva Umberto Eco, essere colti non significa ricordare tutte le nozioni, ma sapere dove andare a cercarle. Ma un qualunque insieme di elementi, di fatti, di fenomeni richiede strumenti raffinati di elaborazione, comprensione e interpretazione che non si conciliano affatto con la velocità tipica della rete. Ma, soprattutto, quello che consente di trasformare una massa di dati in conoscenza è il vaglio critico, che permette di organizzarla, leggerla e interpretarla e discende dal possesso di strumenti senza i quali, nel migliore dei casi si colgono solo aspetti parziali e superficiali, e negli altri casi ci si consegna ad una “verità” che si deve assumere come tale, senza sfumature, senza chiaroscuri, senza dubbio alcuno. Ma questa è una “falsa conoscenza”, che non essendo frutto di un personale percorso di verifica e di acquisizione è rigida, cioè indiscutibile in tutte le sue parti e non consente una dialettica di posizioni diverse collocate su una base comune di sapere. È una verità posticcia, destinata a diventare una sorta di maschera e a cadere al primo soffio di verifica, come una etichetta incollata male. Il primo paradosso è che questa facilità e rapidità di assunzione di informazioni, che per molti è diventata l’unica o la principale modalità di accesso alla conoscenza, qui intesa ovviamente in senso lato, crea un flusso continuo di notizie – che è cosa diversa dall’acquisizione di nuovo sapere, cioè un arricchimento stabile del proprio patrimonio culturale e di competenze specifiche -, che dando l’illusione di essere dentro, se non al centro, di un sistema strutturato di comunicazione, consente di ritenere che quanto si conosca e si apprenda in tal modo realizzi la piena condizione dell’accesso alle fonti “libere” del sapere. Ovviamente, è opportuno ribadirlo, questa è una modalità oggi necessaria ma non sufficiente, a meno che non ci si voglia accontentare di un fast food informativo, provvisorio e superficiale, sostituito con la stessa rapidità e velocità da altre notizie o acquisizioni. Il secondo paradosso che questo sistema ha generato è quello di offrire una sorta di onnipotenza della conoscenza, il sapere, qualunque sapere, a portata di un click, come le merci confezionate sugli scaffali dei supermercati; basta allungare una mano e tutto è pronto, disponibile e utilizzabile senza limiti e, soprattutto, senza la fatica di uno studio che viene visto come inutile perdita di tempo: tanto basta una ricerca veloce in rete e sappiamo tutto! Il terzo elemento è che considerazioni su un qualsiasi tema o commenti su posizioni e dichiarazioni altrui e, quindi, esposizione di un punto di vista diverso, contrasto dialettico, argomenti e analisi posti a fondamento di un discorso critico vengono sostituiti dai cosiddetti like. Il “mi piace” consente di schierarsi senza prendere veramente una posizione, senza dare motivazioni, articolare ragionamenti, esporre argomentazioni, senza assumersi nessuna responsabilità. Tutto semplice, facile, tutto per tutti, dando l’illusione di aver raggiunto pienamente questa condizione che a sua volta alimenta un’altra forma di presunto potere. Soprattutto, questa modalità crea una comunità di uguali – così viene percepita e vissuta – basata su pochi, elementari e, spesso, rozzi elementi che costituiscono il nucleo di una identità volatile ma calda, alimentata dalla contrapposizione noi/loro: il popolo/le élites; noi che mettiamo tutto a disposizione di tutti e loro che fanno complotti nelle segrete stanze. Questo schema, apparentemente molto democratico, che sembra realizzare una sorta di utopica uguaglianza, in realtà approfondisce il solco tra i pochi che “preparano” e i tanti che consumano. Giova ripetere che non è in discussione lo strumento in quanto tale o le nuove possibilità che la tecnologia offre, quanto analizzare le conseguenze prodotte da questi nuovi processi di uso e fruizione di informazioni e nozioni e delle nuove configurazioni sociali, culturali e psicologiche che si sono determinate e si stanno determinando. Fra queste la più rilevante è forse la creazione, peraltro a buon mercato, di una nuova e perniciosa dinamica che conduce dalla onnipotenza del sapere all’onnipotenza generale, tanto forte come auto percezione quanto fragile al cospetto delle prove, di quelle almeno che non si riesca a schivare. Sentirsi forti e capaci di poter lasciare un proprio segno, sia pure effimero e destinato a perdersi nel flusso della rete, è la ragione insopprimibile della necessità di rinnovare il proprio esserci e essere riconosciuti. Per quanto tempo e per quali ragioni non è importante, perché tutto si consuma e si rinnova a ritmi tali che la ricostituzione della propria presenza e la sua scomparsa, vengono continuamente riproposte e rappresentate con una modalità circolare, dentro un moto teoricamente infinito. In fondo, la rappresentazione del sé, la percezione della potenza che si esprime nel sentirsi parte e, ancor di più, protagonisti di un fatto importante – valutazione questa di chi si percepisce dentro e al centro dell’evento – operando una estrema enfatizzazione dell’hic et nunc e una nuova gerarchia dell’attribuzione del carattere di importanza agli accadimenti che si è contribuito a realizzare e a far vivere, è la dimostrazione dell’esserci e, insieme, la ragione che alimenta e ripropone gli stessi comportamenti. In tale contesto, l’altro aspetto da sottolineare è che questa forma di onnipotenza poggia sul riconoscimento e accoglimento degli altri componenti del gruppo che si è scelto come proprio, di cui si condividono idee, valori e linguaggio. In realtà quindi, a ben vedere, la forza deriva non dalle proprie ragioni, dalla capacità di offrire una argomentazione convincente o di svelare un aspetto diverso, quanto piuttosto dal sentirsi parte di un tutto che accoglie con calore e in modo simbiotico chi si definisce e viene riconosciuto come uguale. È proprio questo insieme, questa nuova configurazione del branco che rafforza i legami interni e legittima l’attacco di tanti contro una sola persona o altro gruppo percepito, e quindi vissuto, come altro branco, anche se si tratta di un singolo soggetto, perché, si pensa e si scrive, che dietro ci siano gli altri a lui/lei uguali. La necessità di unire la propria voce a quella degli altri, anzi al riparo di quella degli altri, fa sì che in questi casi si passi da quella che potremmo definire una situazione in cui permangono ancora caratteri di condivisione e socialità, sia pure declinate in modalità digitali, a un indistinto vociare in cui la cosa più importante è sentire il suono della propria voce – nelle modalità digitali di cui stiamo parlando – che qui vale come espressione della totalità dell’esserci, rafforzato dal coro di uguali ed esserne rassicurati come dall’auscultazione del tono regolare del battito cardiaco. Insomma, per usare una espressione sintetica, potremmo dire che qui si realizza un cambiamento di stato, il passaggio dai social ai vocial. Questo comporta una ulteriore modifica delle caratteristiche sociali e psicologiche delle configurazioni di queste aggregazioni digitali e della loro percezione, fuori e dentro i gruppi di riferimento. Sfumano le ragioni generali, fondanti, del branco che si è scelto come proprio e assume importanza crescente la forza della voce, quella propria dentro quella degli altri. La voce, in versione sociodigitale, diventa il nuovo vero contenitore della propria presenza. Tanto più alto è il volume e tanto più indistinta è l’espressione tanto più forte viene sentita la spinta vitale del proprio esserci. La voce diventa la nuova residenza sociale e, insieme, l’attestazione del possesso di una nuova potenza che colpisce i nemici e ristabilisce la verità, la propria, l’unica e indiscutibile. Ovviamente queste dinamiche non riguardano tutti i fruitori della rete o gli appartenenti a gruppi che condividono interessi comuni, né all’interno di questi, tutti i componenti nello stesso grado e nella stessa modalità. Qui si vuole sottolineare un aspetto non solo tutt’altro che marginale ma tale da dare un segno particolare, connotativo, al fenomeno che, se non lo esprime nella sua interezza, tuttavia ne evidenzia un dato strutturale e caratterizzante. Questa forma di onnipotenza poggia inoltre su due altre condizioni che la definiscono. La prima è la sua facilità, per cui chiunque, senza sforzo, può lanciare insulti e accuse o condividere quelle degli altri schierandosi, senza altra fatica di apprendimento di fatti e conoscenza di argomenti, sul campo di battaglia. L’altro elemento fondante di questa facilità è il correlato senso di impunità: ogni attacco, anche violento, ogni insulto, anche il più grave e volgare è legittimo. La rete è lo spazio libero, dove tutto è consentito, al di là di ogni regola e ogni cautela, dettami, si afferma in modo più o meno esplicito, che vigono in altri ambiti, non certo in questo. Bisogna aggiungere poi che un primo intervento, messaggio, post o altro genere di espressione, funge da fonte di verità e di validazione per ogni futuro intervento teso a condividerne i contenuti e a diffonderli. Ragion per cui non c’è bisogno di lunghe e noiose verifiche o costosi, sia pure solo in termini di tempo, controlli; ogni nuovo messaggio rafforza la fonte primaria e ne diviene parte, in un gioco illimitato, di auto legittimazione e auto validazione che rafforza la facilità d’uso e quindi la presenza. L’altra condizione, l’altra faccia della medaglia potremmo dire, dell’onnipotenza è l’onnipresenza perché la seconda esprime la prima e questa può esistere solo a patto del suo manifestarsi. Dunque, essere onnipresente ed esprimere in questa epifania la potenza senza limiti e senza ostacoli è la nuova e, per i tanti che si contano a legioni ormai, vera certificazione dell’essere in vita. Corollario dell’onnipresenza, quale requisito per manifestarsi e manifestare la propria onnipotenza, è lo stato di connessione permanente che rappresenta la pre-condizione per esistere e, insieme, la possibilità, unica, di poter attingere il riflesso di sé, e quindi il controllo della propria immagine, che qui coincide con l’intera vita in quella dimensione, nella rifrazione offerta dai commenti, dai like e da tutte le espressioni di interazioni e rispecchiamento/accoglimento della nostra presenza. L’essere sempre in connessione si trasforma da stato in un vero e proprio nuovo luogo, definito e strutturato da paesaggi e presenze che si assemblano e sciolgono in continuazione. Questa condizione di liquidità e fluidità non attenua, tuttavia, le caratteristiche “solide” di questa nuova configurazione. Questo luogo diventa quella che potremmo definire la nuova reale dimora delle aspettative e dei desideri e, per questa via, di tutta la persona. La connessione, inoltre, è il nuovo e vitale cordone ombelicale che assicura la trasmissione dei nutrimenti e il collegamento/posizionamento all’interno del nostro utero/mondo. L’interruzione o la sospensione della connessione genera perciò frustrazione e, nei casi peggiori, panico. Quello che viene a mancare non è solo un collegamento tecnico, uno stato potenziale di espressione del sé, ma la certezza di poter essere raggiunti e quindi la conferma del riconoscimento dell’esserci. La necessità delle conferme, mai appaganti e mai risolutive, spinge alla ricerca parossistica di quei segni, anche minuti, che possono costituire la fonte dell’autostima in una inedita declinazione che potremmo sintetizzare nella formula mi cercano, dunque sono. Questa diviene l’unica dimensione davvero significativa, quella in cui, paradossalmente, ci sente davvero vivi; insomma, la vita virtuale assorbe, e consuma, quella reale trasferendo nel quotidiano l’alternativa, lo schema tipico di un interruttore, per cui la vita è riassunta nelle due sole possibili modalità: o si è online o si è offline. Anche questi elementi contribuiscono alla configurazione di nuove costellazioni di emozioni e di frustrazioni e al loro godimento, controllo, superamento. Qui viene completamente ristrutturato lo spazio in cui si dipanano i tempi e i riti del mutuo riconoscimento e delle relative dinamiche. Così, lo spazio urbano, dal piccolo paese alla grande città, vissuto e segnato dall’intreccio dei conflitti e degli itinerari individuali e collettivi concretamente vissuti nell’agire sociale che fonda la comunità, viene traslato nella dimensione delle nuove comunità virtuali in cui il profilo social diviene la nuova identità, non sempre coincidente con quella vera e, cosa assai più significativa, la nuova maschera sociale, al riparo della quale l’agire cambia la sua funzione storica, crea una frattura, non un superamento, con il precedente universo relazionale e simbolico in cui l’esserci era reso dalla presenza o dall’assenza che, sul piano psicologico, è l’altra modalità di declinare e far declinare dagli altri il proprio esserci ed essere nominati e riconosciuti. L’immagine simbolo di questo tempo – anzi di questa epoca, viste le profonde mutazioni in atto – è quella di una coppia al ristorante in cui ogni partner (ma lo stesso discorso vale se si tratta di due amici o amiche) guarda il suo smartphone, cioè il suo mondo vero che reclama tutta la sua attenzione e la verifica della sua presenza lì, per cui lo sguardo e il dialogo sono funzionali al consumo di un rito sociale che si sdoppia: quello fisico e reale (ma davvero lo è?) è freddo e a bassa tensione emotiva, quello virtuale (ma più reale dell’altro) invece è caldo e ad alta tensione emotiva. Il ristorante, i piatti, l’altro/altra non sono significativi, e quindi importanti, di per sé, ma lo diventano solo in quanto location in cui ambientare una nuova prova, nella doppia accezione di testimonianza e di sfida, della propria esistenza offerta alla verifica degli altri che dovranno recepire il messaggio con like e altri commenti, determinando il successo offerto dalla conferma di esserci o, al contrario, l’insuccesso se la foto postata non riceve nessun commento, cosa che equivale alla scomparsa del proprio essere. E intanto sulla presenza reale del vicino cala il velo dell’invisibilità. Siamo qui di fronte ad una nuova dinamica delle relazioni umane che potremmo sintetizzare nella diade volto/schermo che rimanda a due mondi e due modi, completamente diversi, in quanto a dinamiche relazionali e processi psicologici, in cui la nostra quotidianità viene scandita dall’alternarsi, sovrapporsi e coesistere della presenza di volti e quindi delle persone e degli schermi. Stare più spesso con i volti piuttosto che davanti/dentro uno schermo significa, anche, scegliere in quale mondo si vuole stare. Si può dire che l’abbraccio mancato dello sguardo, pur se i corpi sono a una distanza minima, come nell’esempio sopra riportato, istituisce una sorta di campo nuovo, un’area di parcheggio, caratterizzata dalla mancata attenzione motivata non già da rifiuto o indifferenza, ma da una sospensione, un rinvio, uno spostamento nel tempo e nello spazio del nostro riconoscimento dell’altro a cui può far seguito la riaccensione del nostro interesse. Questo rinvio o congelamento dell’empatia, posta all’interno di questo nuovo spazio relazionale postula una nuova modalità che, a sua volta, fonda una nuova relazione, un legame debole, intermittente sul piano emotivo eppure necessario, proprio per queste sue caratteristiche, al mantenimento di questa posizione anfibia: essere contemporaneamente in due luoghi, diversissimi e lontani. Una relazione di servizio, quasi totalmente strumentale a poter vivere le due dimensioni dell’esserci: una statica e di posizionamento e l’altra dinamica in cui si dispiegano le pulsioni emozionali. Quella che sta prendendo forma sotto i nostri occhi, frutto di inedite interazioni fra tecnologie, dinamiche psicosociali e configurazioni culturali e simboliche, è un nuovo sistema di “pragmatica della comunicazione umana” e della correlata nuova grammatica dei sentimenti. E ancora presto, troppo presto, per indicare quali linee di sviluppo si consolideranno e quali i possibili approdi, sia pur temporanei. Quel che appare come un dato ormai acquisito è lo smottamento di un intero sistema, e del sottostante universo culturale con i correlati ordini dei discorsi, lungo il piano inclinato delle accelerazioni indotte dalla rottura dei precedenti equilibri. Stiamo scivolando verso un nuovo dove. Averne piena consapevolezza è la sola condizione, necessaria ma non certo sufficiente, per provare a dare direzione al moto piuttosto che rassegnarsi ad esserne travolti.

  1. Avatar Marcello Farina
    Marcello Farina

    Finalmente poter leggere un’analisi a tutto campo, completa e con il ritorno allo spirito critico del dibattito, di un “evento” tecnologico che capovolge la direzione: non i fini che giustificano i mezzi, ma i mezzi che creano di fini (U.Galimberti).
    Un articolo che vuole riportare un valore reale delle capacità umane nel creare tecnica e nella volontà di adoperarle nel dare qualitá diversa alle cose del vivere.
    Il potere strutturante di questa nuova dimensione dell’informazione è un’illusione, non muta la natura dell’umano, ma lo rende solo più gestibile, manipolabile con arte sublimale.
    L’articolo non è informazione, è capire, consapevolezza e dialettica, strumenti che si arricchiscono con gli strumenti dell’uomo stesso.
    Leggerlo per me è stato come un”respirare sani”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *