
È morto Carlo Ginzburg. Studioso di profondo e largo pensiero, tra i grandi che l’Italia può vantare (anche se incapace di rendere loro un adeguato omaggio, come la Francia, ad esempio, che ha posto pochi giorni fa le spoglie del grande storico francese Marc Bloch nel Panthéon di Parigi). Intellettuale di vastissime competenze: dall’arte all’antropologia etnologica, alla filosofia, alla letteratura, ai caratteri della società contemporanea, autonomamente sviluppate o assunte nella sua più appassionata avventura di ricerca -la storia moderna-; certamente anche favorito da un contributo ‘genetico’-culturale di prim’ordine. Il padre è quel Leone Ginzburg, ebreo di Odessa che completa la sua formazione tra Germania e Italia, che è tra i fondatori della Casa Editrice Einaudi, che viene espulso già nel 1934 dall’Università di Trieste, per il suo rifiuto a giurare fedeltà al regime fascista, come accadrà nel 1938 al suocero, Giuseppe Levi, titolare di una cattedra scientifica presso la medesima università. Leone Ginzburg muore nel 1944 a Regina Coeli per i massacranti interrogatori dei nazisti. La moglie, madre di Carlo, Natalia Levi, che annovera tra i parenti Eugenio Montale, col cognome del marito è una delle scrittrici italiane più conosciute, soprattutto per il suo Lessico famigliare (1963). Il fratello Andrea sarà un eminente economista. La sorella Alessandra diverrà una conosciuta psicanalista. Carlo, nato a Torino nel 1939, vive con la famiglia il confino a Pizzoli in Abruzzo, tra il 1940 e il 1943; a Torino la sua formazione di base; qui frequenta amici della cerchia che gravita intorno all’Einaudi. Dirà che tra i libri che più l’hanno influenzato e indirizzato sono stati Guerra e pace di Tolstoj, già letto a dieci anni, i Quaderni del carcere di Gramsci, Il mondo magico di Ernesto de Martino. Studia alla Scuola Normale e all’Università di Pisa, dove si laurea con Delio Cantimori, suo grande maestro, in Storia Moderna, con una tesi sui processi alla stregoneria, tra i primi a documentarsi su faldoni di processi facenti parte del ricchissimo fondo del Tribunale dell’Inquisizione di Modena e Reggio Emilia, presso l’Archivio di Stato modenese, qui fortunosamente ed eccezionalmente conservato per il rifiuto, già dal 1598, dei Duchi d’Este di consegnarlo allo Stato Pontificio. Carlo Ginzburg completa la sua formazione al Warburg Institute di Londra, insegna all’Università di Lecce (1976-1978), di Bologna (1977-1997), città dove avrà una casa che non abbandonerà mai, fino a questi suoi ultimi giorni, e nonostante i tanti anni trascorsi come docente presso le Università di Harvard, Yale, Princeton, e soprattutto presso l’UCLA; infine presso la Normale di Pisa dal 2006 al 2010.
L’importanza del suo lavoro di storico è certo nella puntigliosa (qualcuno l’ha definita “bambinesca”) messa a punto, mai considerata conclusa, del metodo, che in genere viene condensata in due espressioni: la “microstoria” e il “paradigma indiziario”. “Per me la microstoria s’identifica con lo studio di casi, soprattutto di casi anomali. (…) Al suo successo ha contribuito un elemento geopolitico: l’idea che una ricerca su un villaggio di pescatori islandesi possa dare oggi un contributo scientifico più significativo dell’ennesimo studio sulla presa della Bastiglia”, diceva Carlo Ginzburg, così riportato da Massimo Marino, nel suo articolo sul Corriere di Bologna del 18 giugno corrente. Ancora Paolo Di Stefano, nel suo articolo di pag. 38, sempre del Corriere del 18 giugno, chiarisce: “Nella passione precoce per Guerra e pace c’era lo storico futuro, capace di raccontare come pochi i destini minimi, gli incroci e i dettagli rivelatori: non per niente diceva che Tolstoj aveva voluto lanciare una sfida agli storici. Proprio il particolare apparentemente marginale capace di gettare una luce nuova sul tutto, il rifiuto dell’etnocentrismo storiografico erano alla base della sua microstoria, la nuova prospettiva metodologica di cui Ginzburg fu maestro riconosciuto nel mondo (e tradotto ovunque).”. Fabio Dei, nel suo articolo a pag 12 del Manifesto del 18 giugno, a proposito del “paradigma indiziario” e della “microstoria”, “messo a punto” nelle opere degli anni ’60 e ’70, cioè I benandanti del 1966 e Il formaggio e i vermi del 1976, per svilupparsi ancora – aggiungo io – in Storia notturna del 1989, dice. “Se la visione dei vinti si può documentare nel contemporaneo attraverso le fonti orali, ciò non è possibile per la storia più lontana. Il problema per Ginzburg diventa allora come far emergere la dimensione subalterna attraverso l’analisi di scritti egemonici, come i verbali dei processi cinquecenteschi per eresia e stregoneria: si tratta di leggerli contropelo, oltre le intenzioni di chi li ha prodotti, in cerca di segni, tracce, spie di una cultura popolare che emerge tra le righe. Emerge in modo frammentario, (…) ma il metodo comparativo può consentire di trasformare frammenti irrelati in forme più coerenti e compatte.”
Altrettanto importante e innovativa è la capacità di Carlo Ginzburg di affrontare temi ‘difficili’, non soltanto per la scarsa e problematica documentazione, ma anche, se non soprattutto, per la loro adiacenza ad ambiti sospettati di inattendibilità e liquidati in genere come ‘fole’ della superstizione: le streghe, l’estasi sciamanica, i sabba. Dice ancora Fabio Dei: “Ginzburg si rendeva conto che il percorso verso la cultura subalterna è (…) uno scavo verso gli “inferi”, cioè verso strati della soggettività umana che si collocano ai limiti della razionalità codificata dalla società moderna borghese. È il tema del Mondo magico di de Martino”. Infatti nei Benandanti, lo storico riesce a vedere nelle varie deposizioni degli accusati nei processi promossi dall’Inquisizione i riti, i miti di una tradizione agraria friulana che destinava al ruolo di difensori della comunità contadina uomini e donne designati dall’essere venuti al mondo con la “camicia” (la placenta) e perciò tenuti a combattere in estasi contro stregoni malvagi per la salvaguardia dei raccolti e il benessere comune. Nel Formaggio e i vermi, propone la vicenda del mugnaio Menocchio (ancora Friuli e ancora secolo XVI) che viene processato dall’Inquisizione per avere concepito e raccontato in giro di un universo che si era evoluto come formaggio dal latte, con tanto di vermi un tempo angeli. Menocchio verrà arso come eretico per essersi discostato innanzitutto dai criteri cosmogonici ufficiali, ma soprattutto -fa emergere Ginzburg- per avere fatto venire a galla da un substrato in genere non affiorante, una visione popolare del mondo alternativa a quella del potere, con pericolose manifestazioni di desideri e attese di giustizia, che, anche inconsapevolmente, rivela una autonoma –e possibilmente rivoluzionaria? – concezione del mondo contadina. Ma soprattutto in Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Carlo Ginzburg dimostra di muoversi con grande originalità in un ambito davvero inesplorato. Esisteva, però, lo studio sulle streghe di M. Murray, risalente agli anni Venti, che per la prima volta metteva la stregoneria in relazione con un culto precristiano della fertilità diffuso in tutto il mondo antico; studio che era stato subissato da critiche metodologiche, soprattutto per certe derivazioni proto-femministe. Ginzburg, invece, pur non esimendosi da precise critiche circa il metodo, intravede nel suo lavoro un “nocciolo di verità”, una possibilità di sviluppo interessante. Quella di ricostruire il sistema di “credenze complesse” che appartiene agli imputati, alle vittime e non ai giudicanti dei processi. Si tratta di “prendere sul serio” quanto confessano le streghe, soprattutto all’inizio, nel Trecento, quando fanno emergere la “religione dianica”, culto di dee madri dai più diversi nomi, diffuso in tutto l’antico mondo conosciuto. Sono gli anni in cui si comincia a conoscere il lavoro e il pensiero dell’archeologa Marija Gimbutas (del 1990 è la primissima edizione di Il linguaggio della dea. Mito e culto della Dea Madre nell’Europa Neolitica), che Ginzburg dimostra di conoscere, come si vede da alcune note di Storia notturna, che è del 1989. Del 1976 è la prima edizione di La signora del gioco, di Luisa Muraro, che pure comincia ad analizzare i processi delle streghe. Nonostante Carlo Ginzburg obietti al pensiero femminista la pretesa – per lui – di interpretare le confessioni delle streghe “come documento di una cultura femminile separata” e come traccia per risalire ad una autonoma concezione del mondo e del sociale, espressasi soprattutto nel Neolitico, in effetti la ricerca di incredibile ampiezza di Storia notturna (che, dalle persecuzioni di lebbrosi, ebrei, streghe, per comparazioni che aggregano a tutto l’occidente europeo e mediorientale anche vastissime porzioni asiatiche, tra cui centralissima la Siberia, arriva a formulare i contorni di uno sciamanesimo occidentale, diverso da quello africano, connesso dai tempi più ancestrali ai culti agrari e comunitari) resta un potente strumento di sostegno e indirizzo per chi voglia indagare oltre in questo ambito.
I vasti interessi di Carlo Ginzburg sono poi documentati dagli altri suoi libri, tra cui ricordo Indagini su Piero, del 1981, nel quale, dice Alessandro Zaccuri, nel suo articolo di pag.25 sull’Avvenire del 18 giugno: “Piero della Francesca e i suoi dipinti sono un sistema di pensiero espresso per immagini”; Miti emblemi spie del 1986, sul metodo che usa la morfologia nella ricerca storica; Occhiacci di legno del 1998 sul tema della distanza; La lettera uccide del 2021 su Machiavelli e Pascal; Il giudice e lo storico, del 1991, pamphlet militante sul processo a Adriano Sofri; e, appena uscito, Il vincolo della vergogna. Letture oblique, in cui Ginzburg indaga, attraverso casi particolari di microstoria, su come la vergogna leghi le persone al paese. In uno dei saggi l’autore dice: “Il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare”.
Una piccolissima, non inutile, informazione a chiosa di questo scritto: quando l’Einaudi passò alla Mondadori, Carlo Ginzburg venne via. Passò poi ad Adelphi. Con lui fece questo passo solo Stajano.
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