Metto insieme questi due libri per una sola breve nota di lettura. Insieme perché, da angolature differenti, parlano della musica, di una sua possibile funzione, fuori dal commercio e più in generale lontana dall’utile.
Francesco Lotoro, da diversi decenni raccoglie e studia, nel suo laboratorio di Barletta, la musica scritta nei campi di concentramento dall’apertura del primo lager, quello di Dachau, fino alla morte di Stalin e alla liberazione dei reclusi nei gulag sovietici.
Girando il mondo e tessendo quella rete di incontri e scambi che gli ha consentito di trovare migliaia e migliaia di spartiti, restituisce, nel libro, la storia della ricerca a partire da Theresienstadt. Lì si sviluppò una vasta e articolata attività musicale che raggiunse vertici assoluti di creatività e forgiò un vero e proprio pensiero musicale, con il linguaggio inedito di un crocevia della musica contemporanea.
Dopo un viaggio in Israele, orientato dapprima alla ricerca della musica ebraica, su consiglio dell’amica Blanka Červinková, musicologa ceca, decide di allargare il campo alla musica concentrazionaria, non potendo ancora immaginare che si sarebbe presa tutta la sua vita.
Leggere il libro significa attraversare i campi di concentramento e di sterminio tedeschi, dal Baltico al Mediterraneo, incontrare la musica di rom e sinti, di omosessuali e prigionieri politici, entrare nei gulag sovietici, da Vorkuta, a nord del Circolo polare artico, fino a Tatura in Australia e oltre ancora.

“Si potrebbe definire la musica concentrazionaria una forma evoluta di elettromagnetismo dello spirito, capace di trasformare la negatività del luogo fisico in positività del luogo mentale e spirituale; in altre parole una completa e profonda rigenerazione”.

Aeham Ahmad è un palestinese musicista che viveva in Siria nel campo profughi di Yarmouk a Damasco. Trasportava il suo pianoforte per le strade, tra le macerie durante la terribile guerra che ha devastato il paese. Nel 2015 l’Isis ha distrutto il suo pianoforte e Aeham è fuggito, prima verso Lesbo e poi lungo la tremenda ‘rotta balcanica’ fino a raggiungere la Germania dove oggi vive dei suoi concerti.
Racconta la sua vita nella guerra, l’improvvisarsi venditore di falafel fatte di lenticchie invece che di ceci, l’angolo in cui le vende per sfamare la famiglia, la granata che scoppia proprio lì accanto e ferisce la sua mano. Un amico si improvvisa chirurgo e cuce la ferita sulla mano del pianista che dopo un mese torna a muoversi sui tasti del pianoforte. Un amico lo invita a suonare insieme a cantori di un coro, comincia a mettere in musica versi di amici e decide di suonare per strada. “Prendemmo il mio Ukraina, il piano più economico che avevo, e lo mettemmo su una specie di carretto: una piattaforma di legno con quattro ruote sotto e una bassa ringhiera intorno. Caricai anche una sedia. … Arrivammo fino alla scuola ed entrammo nel cortile. Proprio dove era caduto il primo missile: lì avrebbe avuto luogo la nostra prima esibizione. Un concerto simbolico intorno al primo cratere, la prima crepa del nostro mondo”.
Lo scenario cambia ogni giorno: un ex mercato di vestiti, le macerie del “parco dei pionieri”, e “mentre spingevamo il piano tra le rovine dimenticavamo i nostri stomaci vuoti e ci sentivamo forti”. Per mesi, coinvolgendo bambini e mettendo in musica poesie infilate nelle tasche dai passanti.

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