GIUSTIZIA RETRIBUTIVA E GIUSTIZIA RIPARATIVA

Donata Horak, ORA I MIEI OCCHI TI VEDONO. GIUSTIZIA RIPARATIVA: ITINERARI BIBLICI E MEDIAZIONI UMANISTICHE. CON UN’INTERVISTA A Jaqueline Morineau, A CURA DI Carla Chiappini

Effata Editrice, Cantalupa (2023)

Quella che viene chiamata giustizia retributiva, che è quella attuale in vigore nella maggioranza dei paesi del mondo, si basa su un semplice principio, così come ce lo ha proposto Donata Horak, in una conferenza tenuta nel passato dicembre a Modena: un individuo agisce, e sulla base di ciò che ha fatto, avrà una retribuzione in bene o in pena. L’esempio primigenio e quasi universale è, dopo la scelta, nel giardino dell’Eden, da parte di Eva e Adamo, di mangiare la mela proibita da Dio, la punizione conseguente della cacciata dal Paradiso Terrestre e della vita umana nella fatica e nel dolore che conosciamo. La teologa Horak ci avverte: la legge non è un male; è un dono, una “nuova alleanza” per mettere ordine, perché altrimenti non ci sarebbero stati limiti. Anche quella legge ancestrale biblica che sintetizziamo nella formula ‘occhio per occhio, dente per dente’ non muove verso una vendetta che eguagli, pareggi esattamente il torto subito; non sarebbe nemmeno davvero ‘retributiva’: cosa te ne verrebbe in remunerazione tagliare al tuo nemico un orecchio perché lui ha ferito il tuo? Soddisfazione? Ma questo sentimento non c’entra con la legge, con la giustizia. E tanto meno la brutalità incontrollata della vendetta che fa vantare Lamech “di aver ucciso un uomo per una scalfittura e un ragazzo per un livido (gen 4,23,24)”[i]. Nella cosiddetta ‘legge del taglione’ in realtà non è l’uguaglianza letterale di colpa e pena che viene perseguita, ma si tratta di un’equivalenza tra la colpa e qualcosa di concreto che possa essere considerato un risarcimento proporzionalmente pari al torto subito. Per intenderci: se hai fatto perdere un occhio a qualcuno, dovrai dargli qualcosa che equivalga sufficientemente al valor di quell’occhio. Anche se nella Bibbia poi si incontrano situazioni in cui con crudeltà è messa in pratica la legge del taglione, si trovano anche precise normative che regolano la pena in direzione retributiva.  Si tratta quindi già di un primo passo verso quella forma di giustizia che si propone, corale, al di sopra dei singoli individui in contesa (e dei loro sentimenti privati) per garantire una possibile convivenza civile di una comunità-società. E questa giustizia sarà messa in atto in un processo, “una forma rituale di civiltà rispetto all’esercizio della forza bruta o della vendetta”[ii]. Insomma non così lontano da uno strumento legislativo come, ad esempio, l’editto di Rotari, che nel 643 sostituì la pericolosa faida longobarda con il guidrigildo, cioè il riscatto di un danno con denaro o concreti risarcimenti.
Nel saggio di Horak che analizza la vicenda di Giobbe, si arriva a sentire come la figura del protagonista ci sia molto vicina, in quanto, come noi, vive dentro il modello retributivo, per cui la legge che tiene in ordine il mondo si basa su meriti e premiazioni e su colpe e punizioni. Giobbe, e con lui i figli, è ricco e benedetto, come è giusto che sia, perché, nella sua logica, vive rettamente, è devoto al Signore, compie con regolarità i riti devozionali. Poi cominciano i guai, sempre più terribili. Ma Giobbe non smette di avere fiducia in Dio. “Nudo sono venuto al mondo e nudo ne uscirò. Il Signore dà, il Signore toglie, il Signore sia benedetto.”[iii]  Il quale, però, si lascia trascinare da Satana a provare la fedeltà di Giobbe fino all’estremo, cioè fino a quando il corpo di Giobbe si ammala a tal punto (la malattia è segno di impurità e quindi di colpa) da fargli maledire la vita e invocare la morte. Fino ad accusare Dio di ingiustizia, perché si comporta verso di lui come verso chi è colpevole di gravi peccati, ma senza dargli modo di difendersi, di dimostrare la propria innocenza.

“Quanto a forza, Dio è più forte di me. Se parliamo di giustizia, chi può trascinarlo in tribunale? Anche se ho ragione, le mie parole mi tradiscono, egli mi fa apparire colpevole. Non capisco più se sono innocente, ormai sono stanco di vivere. Tanto è lo stesso! L’ho sempre detto: Dio distrugge sia l’innocente sia il colpevole. (…) Se il governo del paese è in mano d’un malvagio, chi altro se non Dio mette i paraocchi ai giudici?”[iv]

Sono parole che abbiamo sentito e pronunciato molte volte, nelle nostre vite, davanti ad Auschwitz, alla manifestazione della sofferenza: parafrasando Giobbe, se Dio c’è, è lui che permette il male. Non solo: non essendoci un possibile, equo, confronto, la condizione di condannato dell’innocente diventa dominante, irrevocabile. Horak vede nella denuncia di Giobbe lo “scandalo del male e dell’iniquità” che in ogni tempo è uno dei motivi di base dell’ateismo:

“Non solo il colpevole e l’innocente vengono trattati allo stesso modo (…), ma addirittura i malvagi sembrano godere di una speciale protezione da parte di Dio: essi prosperano impuniti (…) La società è profondamente ingiusta, e Dio – se davvero è Onnipotente e non interviene – è ingiusto. Sono accuse che fanno tremare la sensibilità religiosa di ogni tempo. (…) La teodicea di ogni tempo si preoccupa di addossare tutte le colpe del male alle creature che abusano della loro libertà. Il tentativo di scagionare Dio, però, finisce col farne un essere impotente o indifferente, che fa da spettatore o da contabile, lasciando la scena della storia tutta nelle mani degli uomini e delle donne, con la loro libertà strappata al Creatore con un gesto di hybris che chiede di essere riparato e redento.” [v]

Tutti quegli amici che per un po’ gli stanno vicini, a Giobbe, tendono a commentare quanto succede in questa ottica: nessuno può essere davvero giusto di fronte al Creatore; Dio non può essere ingiusto e quindi o la pena che dà è giusta o di sicuro cesserà. Questa ottica, retribuzionista, argomenta Horak, condanna gli uomini ad essere “sempre mancanti e colpevoli” e Dio ad essere “impersonale, assente, indifferente”, fino alla dichiarazione “della morte di Dio”. Ma resta comunque, quasi sempre, un “desiderio di altro, la nostalgia di un’origine, il bisogno di riempire la solitudine dell’umanità”, che anche Giobbe manifesta. Da una parte, infatti, Giobbe non smette di volere un confronto con Dio, ancora in un’ottica retributiva, e dall’altra, in modo non del tutto evidente o consapevole, non smette di desiderare “che Dio non sia così”.

“La rabbia di Giobbe discende dalla delusione per la rottura di un patto nei termini in cui egli lo aveva inteso; le invettive (…) esprimono comunque una nostalgia di quell’alleanza, una domanda di relazione che nessun processo e nessun giudice può ristabilire. (…) Un’altra via di giustizia.”[vi]

Horak interrompe l’analisi della vicenda per introdurre il rib (litigare, accusare), una vera e propria forma di giustizia alternativa al processo, in vigore presso gli antichi Israeliti. Nonostante venga proposto soprattutto in ambito famigliare (clan), tra persone che hanno già tra loro una relazione e che tentano di ricostituire l’“alleanza” interrotta, e nonostante non preveda l’intervento di un ‘terzo’ “organo giudicante”, non si tratta della ricomposizione privata di una lite, ma di “un vero processo” che “ha una sua ritualità ben disciplinata in ambiti relazionali fondati su un vincolo giuridico”[vii]. Il rib comincia da un atto di accusa per un’ingiustizia che si ritiene subita; chi viene accusato può dichiararsi in colpa e quindi essere disposto a risarcire il danno, non solo con concrete riparazioni, ma eventualmente anche modificando abitudini e comportamenti impropri. Se l’accusato rifiuta la colpa, può produrre prove, testimonianze, ragionamenti difensivi. Chi porta l’accusa deve pure mostrarsi disponibile alla riconciliazione, ad esempio non adottando atteggiamenti vendicativi, ma mostrandosi moderata nelle richieste di risarcimento. Se si arriva a una composizione, tutti ne beneficiano, anche la comunità, perché il rib ripara, ricostituisce un’alleanza, una nuova relazione. Se non si arriva ad una riparazione della frattura, la parte che ha subito il torto può solo rivolgersi ad un giudice e al processo. Oppure arrivare alla guerra.[viii] Molte volte nella Bibbia Dio è coinvolto in rib, chiamato o chiamante in causa. E spesso i suoi comportamenti sono non solo molto ‘umani’, ma anche in antitesi con la consueta immagine di un Dio severo, intransigente e geloso a cui siamo abituati.    Dio, nel rib, sta quasi sempre dalla parte dei più deboli.  
Dio si presenta alla chiamata in giudizio di Giobbe: impossibile un processo, e allora ha inizio un rib. Non si tratta di un atto di bontà da parte di Dio, ma di una vera vertenza giudiziaria. Dio all’inizio non risponde alle accuse, non si mostra benigno, anzi, in modo anche arrogante, esalta le sue azioni di ‘creatore’, in un confronto schiacciante con la ignorante piccolezza di Giobbe:

“Chi sei tu? Perché rendi oscure le mie decisioni con ragionamenti da ignorante? Invece, da persona matura, preparati, dovrai rispondere alle mie domande. Dov’eri tu quando gettavo le fondamenta della terra? (…) Dov’eri quando le stelle del mattino cantavano in coro e le creature celesti gridavano di gioia? (…) Da che vivi hai mai comandato lo spuntar del giorno?” [ix]

E continua così, praticamente ripercorrendo ogni evento, azione, vita dell’universo. Dice Horak che dall’apparente tecnica oratoria di autoesaltazione, Dio passa quasi inavvertitamente a mostrare come sia costantemente impegnato a sostenere “la vita e la fragilità di ogni essere vivente”, costantemente preoccupato per la sua “fragile creazione”.

“Dio parla di sé, del suo amore per ogni creatura, della complessità del mondo e del grande mistero che avvolge ogni essere che ha alito di vita. La creazione non è avvenuta in illo tempore, in un passato concluso e puntuale, ma è l’opera incessante di Dio, che alimenta col suo soffio vitale ogni vivente.”[x]

Giobbe resta sconvolto come a una rivelazione:

“È vero, ho parlato di cose che non capivo, di cose al di sopra di me, che non conoscevo. Tu mi avevi chiesto di ascoltarti mentre parlavi e di rispondere alle tue domande. Ma allora ti conoscevo solo per sentito dire, ora invece ti ho visto con i miei occhi. Quindi ritiro le mie accuse”[xi]

Non è che Giobbe abbia avuto soddisfazione delle sue accuse a proposito dei suoi guai ingiusti, ma ha conosciuto, dice Horak, “forse per la prima volta, il vero volto di Dio”, cioè:

“Dio non è quel giudice indifferente che distribuisce i premi e i castighi in ordine alle azioni compiute dagli esseri umani, ma è un essere materno/paterno implicato nelle vicende della storia, che gioisce e soffre con l’umanità. È un volto divino nuovo quello che si rivela a Giobbe attraverso l’autodifesa di Dio (…) Giobbe non ha trovato soluzione ai suoi problemi (…) ma è stato ri-creato, gli è stato restituito il respiro (…) Cosa ci guadagna alla fine Giobbe? (…) conosce il suo Creatore per quello che è, guadagna una relazione libera e gratuita, che non fa calcoli di convenienza. Non ha ricevuto “spiegazioni” (…) ma si è trovato davanti un avversario tutt’affatto diverso (…). Dio non si preoccupa di confutare le imputazioni e provare la propria innocenza. Quanto a Giobbe, (…) è ancora sofferente, privato dei beni e dei figli (…) Quindi viene da chiedersi se questo rib abbia sortito qualche effetto: è stata fatta giustizia? Sì, rispondiamo, il rib è compiuto, la giustizia più autentica si è affermata. Giobbe (…) ha ritrovato la relazione fondante con il Dio della vita, è ritornato ad amare la vita, ha ritrovato se stesso.”[xii]

Nonostante non abbia ricevuto nessun risarcimento! Perché Horak in nota ci avverte che l’epilogo a lieto fine con cui Giobbe è reintegrato nei suoi beni, se non aggiunto a posteriori come molti ritengono, comunque avviene dopo che Giobbe, ancora povero, malato e solo, si è riconciliato con Dio.

Conclude Horak:

“Una persona, una comunità religiosa, una società civile saranno tanto più giuste, quanto più abbracceranno la fraternità come criterio fondante e performante: il compito per il futuro è sviluppare un diritto fraterno che promuova modelli di convivenza inclusivi, creativi e giusti.”[xiii]

“Potersi raccontare, ricucire gli strappi, sentirsi riconosciuti: sono esperienze accessibili a chi oggi chiede giustizia nel nostro sistema giudiziario? Esistono gli spazi, le condizioni, le procedure e i soggetti che permettono il riconoscimento? (…) Occorrono persone formate a questo ascolto qualificato, impegnativo, perché tocca delle corde profonde nella vita di ciascuno, quando la fredda equidistanza degli operatori di giustizia si trasforma in “equiprossimità”, come insegna l’esperienza della mediazione umanistica.”[xiv]

Il saggio di Horak continua con un intervento che riguarda il diritto canonico. Poi incontriamo la interpretazione problematica da parte di Carla Chiappini di quello che potrebbe essere chiamato il rib dei giorni nostri, ovvero la mediazione umanistica in un’ottica di giustizia riparativa. Sullo stesso tema segue poi un’intervista ancora di Chiappini a Jaqueline Morineau, che nel 1984 ha iniziato la “prima esperienza di mediazione penale [corsivo e sottolineatura della r.] in Francia e all’estero nell’ambito giudiziario, educativo (scuola e università), sociale e internazionale.”[xv] Tra cui un progetto di mediazione per la pace nei Balcani e una collaborazione con l’Unesco per una cultura di pace.
È un tema di cui è giusto occuparsi, in quanto la mediazione è presente nel diritto penale minorile italiano dal 1988 ed è stata introdotta “a pieno titolo” nel diritto penale degli adulti dalla riforma Cartabia, ma –avverte Chiappini[xvi] – “creando aspettative, dubbi e anche qualche incertezza”.

Va ricordato che una mediazione di questo genere è stata il tramite per far incontrare le parti in conflitto nel Sud Africa post-apartheid e per la riconciliazione in Ruanda tra Hutu e Tutsi. Inoltre in italia si è attuato un incontro tra vittime e responsabili della lotta armata degli anni Settanta, ispirato all’esempio del Sud Africa, il cui esito è contenuto in Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, a cura di Guido Bretagna, Adolfo Ceretti, Claudia Mazzucato, Il Saggiatore, Milano 2015, che Chiappini ritiene il resoconto di un evento che avvierà “un radicale cambio di paradigma storico: non si potrà più guardare agli ‘anni di piombo’, ai loro fantasmi e incubi, con gli stessi occhi; né si potrà tornare a un’idea di giustizia che si esaurisca nella pena inflitta ai colpevoli.”[xvii]
Nonostante questa convinzione, sia dall’intervento di Chiappini, sia dall’intervista a Morineau, emergono molte perplessità circa l’attuazione pratica di questa mediazione, quando essa entri di fatto nelle istituzioni, con i conseguenti pericoli di essere interpretata come possibilità di negoziare la pena – anche se è dichiarato che non ci deve essere relazione tra mediazione e sconto di pena – ; di svuotamento etico ed umano per una formalizzazione esteriore; di impreparazione, soprattutto pensando a chi avrebbe il compito di ‘mediatore’, al cui ruolo viene riscontrata in Italia una vera e propria ‘corsa’, a fronte di una preparazione spesso problematica se non superficiale; quando primariamente si dovrebbe trattare di un cambiamento convinto e profondo  di “sguardo sulla giustizia”, nonché di un rispetto attentissimo e partecipato per le movenze interiori delle vittime e dei responsabili di reato. Il mediatore, come emerge anche dall’intervista a Morineau, dovrebbe avere una apertura e disponibilità all’ascolto dell’altro davvero speciali, dovrebbe ‘sapere di non sapere’. Ma allo stesso tempo avere sicurezza, riuscire davvero a fare incontrare le due parti. Non a caso Chiappini, per profonde perplessità etiche e psicologiche, ed anche tecnicamente giuridiche, dichiara di avere rinunciato a portare a termine la preparazione di mediatore.  
Ecco alcune perplessità inerenti l’attuazione della mediazione così come è prevista dalla nostra legge; essendo chi scrive molto lontana da questo ambito, spera di avere capito e di riferire correttamente quanto ascoltato dalla conferenza modenese.
La mediazione, che verrebbe proposta da un giudice, con l’ausilio di tre mediatori, si rivolgerebbe alla vittima (o congiunti della vittima) quasi certamente senza avere di lei una conoscenza profonda in particolare e in generale. Tanto per cominciare bisogna rendersi conto che, per chi ha subito una grave perdita, non è che il ‘giorno dopo’ la realtà torni a ricomporsi come il ‘giorno prima’; e allora quando sarebbe giudicata corretta la proposta di una mediazione? Dopo due, dieci anni? Come misurare il trauma e il tempo di rielaborazione e la stessa modalità di rielaborazione del ‘lutto’ (inteso in senso stretto e lato)? C’è un reale pericolo di ‘spezzare dentro’ qualcuno. Anche perché si richiederebbe alla vittima un atteggiamento non troppo duro, non ‘chiuso’ dal dolore, anzi: disponibile all’ascolto delle ragioni dell’altro.  Benedetta Tobagi non l’ha potuta accettare, la mediazione. Chiappini, nella conferenza, ha riportato con molto rispetto questa motivazione di Tobagi: che avrebbe dovuto comportarsi da ‘buona vittima’, ma che non ce la faceva ad incontrare l’assassino di suo padre; e che ha ritrovato pace quando ha saputo che ‘lui’ aveva capito. Anche una persona detenuta può non volere la mediazione: quanto potrebbe pesarle, se non si sente dentro la forza di affrontarla? Ma c’è anche da temere che possa invece volerla solo per usare a proprio favore la situazione. Non è per forza solo questione di doppiezza. Il carcere è durissimo, praticamente non esiste una vera libertà di scelta. Esiste il pericolo che la mediazione possa diventare una negoziazione. Ci sono certamente casi, situazioni, reati, soprattutto per carcerati adulti, in cui la mediazione non è possibile.
Che non significa, ribadisce Chiappini, che la mediazione sia da negare. Ma che bisogna seriamente pensare a come tutelarne lo spirito, nella sua messa in atto. Si dichiara ‘confortata’ per le “aperture di una giustizia che vuole finalmente essere più riparativa che contributiva”, senza dimenticare i rischi di una “pratica” che può “diventare una tecnica e perdere così la sua forza trasformativa”[xviii]. “La mediazione umanistica, a mio avviso, è davvero una proposta nuova e per taluni aspetti rivoluzionaria se si riesce a preservarla da ideologismi e interessi di parte.”[xix]
Anche se l’argomento non è di sicuro semplice, invito i lettori a riflettere e, volendo, a intervenire, anche per completare questa presentazione certo molto deficitaria. Come dice Chiappini, siamo di fronte ad una possibile svolta etica di enorme portata.


[i] Donata Horak, Ora i miei occhi ti vedono. Giustizia riparativa: itinerari biblici e meditazione umanistica. Con un’intervista a Jaqueline Morineau, a cura di Carla Chiappini. Effata Editrice, Cantalupa (TO), 2023, p.14

[ii] Ivi, p.15

[iii] Giobbe, 1, 21, La Bibbia, in lingua corrente, Elle Di Ci Leumann (TO), 1985

[iv] Ivi, 9, 19-24

[v] Donata Horak, Ora i miei occhi ti vedono,cit., p. 30

[vi] Ivi, p.35

[vii] Ivi, p.38

[viii] Riporto un’ulteriore presentazione del rib proposta da un mio amico, perché risulti più chiaro: “È l’incontro-scontro tra le parti, senza di un terzo che sta sopra. Lì si litiga, ci si accusa, ci si minaccia, ma poi si riesce a tenere l’azione, il rib, dentro un contesto di alleanza, dove ci si riconosce, si dialoga, ci si mette addirittura d’accordo qualche volta. C’è anche qui chi ha subito e chi ha fatto il danno e questo rimane, ma c’è, in primo piano, la volontà di riprendere, di ricominciare, di andare avanti. Niente sarà come prima, è chiaro, ma sia il reo che l’offeso possono ripartire e vivere, consapevoli di sé, di quello che hanno fatto o che hanno subito. La vera pena del reo è quella di essere messo a nudo di fronte alla vittima, è l’ammissione della colpa. La soluzione alla fine è nelle mani dell’accusato.”

[ix]Gb, 38, 1-12, in La Bibbia, in lingua corrente, cit.   

[x] Donata Horak, Ora i miei occhi ti vedono, cit., pp.62-3

[xi] Giobbe, 42,3-6

[xii] Donata Horak, Ora i miei occhi ti vedono, cit., pp. 64-5

[xiii] Ivi, p.69

[xiv] Ivi, p.82

[xv] Ivi, p.83

[xvi] Carla Chiappini “dal 2015 coordina la redazione di “Ristretti Orizzonti” con un gruppo di ergastolani nell’Alta Sicurezza 1 del carcere di Parma. Nel 2014 ha fondato l’associazione Verso Itaca APS che, già nello statuto, ha scelto di promuovere la cultura della riparazione e della mediazione di modello umanistico, appreso da Jaqueline Morineau.” p.83

[xvii] Ivi, p.84

[xviii] Ivi, p.90

[xix] Ivi, p.106

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