In margine all’articolo di Maria Grazia Calandrone, Rivolta è riprendersi il tempo, Robinson, La Repubblica, 20 settembre 2026

Maria Grazia Calandrone, nell’articolo citato sopra, mi offre l’occasione di ritornare alla riflessione iniziata con I bimbi perduti nell’isola che non c’è, del n. 15 di cartavetro, alla cui lettura invito chi voglia una più larga panoramica delle questioni che qui propongo.
Nell’ambito di una considerazione sulla attuale necessità di “riprendersi il tempo” con una sorta di “rivoluzione” / “rivolta”, che Calandrone qui intende come “grande movimento umano” che avanzi la “richiesta di un cambiamento di stato”, e quindi, oltre che “rivolta sociale” e “rivolta culturale”, anche rivolta “politica”, la scrittrice ha premesso che, in genere, la rivolta può avere “due sviluppi opposti”: “verso” e “contro” qualcosa. Per il tema in questione la rivolta è soprattutto contro il “bombardamento informativo che non aggiunge nulla alla nostra coscienza”. Concordo. “Dalla sottrazione (tecnologica, dunque spesso strategica) del tempo, soprattutto del tempo degli incontri dei corpi coi corpi, dipende la nostra assenza di rivolta, la nostra tragica passività, la nostra incomprensibile rassegnazione di cittadini sottoposti a strategie invisibili, rassegnati a non avere il potere di modificare il potere.”. Concordo, anche se ritengo si tocchi solo un aspetto del problema.

Mi chiedo, venendo dalla proiezione del film Naza, che mi ha confermato la mia delusione terribile e disperata contro l’umanità, (se quanto ho sempre creduto una terrificante eccezionalità eventuale, un’uscita fuoritesta della specie – il nazismo e lo sterminio programmato di un intero popolo inerme –, si è invece riproposto con  le quasi medesime manifestazioni nei massacri appena ieri dell’ex-Jugoslavia da parte di macellai oggi osannati dai loro compatrioti, e  in quelli, oggi, dei Palestinesi ovunque si trovino a respirare ancora, Gaza o Cisgiordania); mi chiedo, dicevo, se la nostra passività, rassegnazione abitudinaria ai numeri dei naza quotidiani, sia dovuta proprio solo a una difficoltà di gestione del tempo (dell’informazione) e dell’incontro (per fare insieme) dei corpi indotto dalle moderne tecnologie di comunicazione.
Quand’ero un’ingenua ragazza del Sessantotto e, prima, del pacifismo hippie (make love not war), mi chiedevo come era stato possibile, ad esempio, per tranquilli contadini convivere con un campo di sterminio a pochi passi, da cui arrivavano nevicate di cenere umana, o per dei condomini ‘bravagente’ assistere alla violenta deportazione di dirimpettai ebrei –anche molto malati, vecchi, minorati, neonati, ecc., comunque umani ‘bravagente’ – con cui fino a poco prima scambiavano dei ‘buongiorno’, dei ‘sentito che freddo stamattina?’. Non riuscivo a immaginare quale poteva essere stato il percorso dei pensieri nel cervello per arrivare a tollerare, se non addirittura ad aderire. La profetessa Hannah Arendt ci ha rivelato poi una terrificante verità: se fa comodo non pensare, il nostro cervello non pensa e si limita a seguire il cane capogregge. Non importano valori proclamati universali – più o meno sinceramente – per secoli, sanciti nei testi sacri del Grande Pensiero Umano, predicati dalle più importanti Religioni. In pochissimo tempo si può buttare via tutto. Tanto era superficiale l’incisione nella polpa etica e morale. Appena una grattatina.
Ricordo quanto profondamente mi colpì l’affermazione di Levi Montalcini, tanto tempo fa, in un teatro gremitissimo: siamo geneticamente gli stessi uomini e donne primitivi delle caverne; cultura, valori, morale, è tutta costruzione esperienziale, aggiunta e tramandata, persona per persona, generazione per generazione, insegnata, spiegata, dimostrata, anche imposta a volte, per fare e poi mantenere quella che abbiamo chiamato civiltà. Forse questo è successo, più che o non solo per una semplice perdita di tempo corale: non siamo più stati capaci di tramandare i faticosamente costruiti valori che diciamo umani e universali.
La rassegnazione sarebbe di “non potere modificare il potere”? Cioè di non essere in grado di rimuovere un’interruzione di percorso che va avanti da millenni?
Qualche brace è ancora accesa sotto la cenere.
Se non siamo usciti dalle caverne con geni nuovi e progrediti, ma solo con l’invenzione della cultura, la coltivazione della morale, la costruzione e messa a punto di valori, sempre da rinnovare, sempre riprendere, aggiornare, allora quello che manca oggi è il modo giusto con cui abbiamo fatto la trasmissione. Non ho in tasca la chiave degli errori e limiti e nemmeno mi sento di incolpare soprattutto la tecnica, la modernizzazione del comunicare, la cultura di massa, etc etc. Credo solo che dobbiamo guardare con grande serietà di colpevoli di antropocene, con la drammaticità di chi deve affrontare un incombente armageddon, alla formazione e al futuro dei giovani, sì: dei ‘posteri’. Sta lì l’interruzione della trasmissione. Non dei contenuti formali, ma della passione. Troppa retorica invece che pratica etica, troppe parole vuote di esempi fattivi. Come si può chiedere di impedire Gaza o Srebrenica o Marzabotto, se sopportiamo che le nostre società siano così fintamente democratiche, così disponibili a dimenticare/cancellare i tanti privati del necessario fisico, psichico, economico per vivere in dignità?  Il male si forma, non solo ma anche nel male.
Infine mi permetto di dire che fatico a capire Calandrone quando, dopo avere puntato il dito contro la nostra passività, guarda alla fuoriuscita di tanti giovani non come a una tragica conseguenza di emarginazione prima di tutto sociale e politica, ma in questi termini: “E allora i nostri giovani partono, uno dopo l’altro, soli, partono verso, per lavorare altrove, sperando in una giustizia, in un riconoscimento del merito al quale abbiamo rinunciato (…) Altri giovani partono (…) da altri paesi, sognando il nostro, dove incontrano ostacoli visibili e invisibili (…) Ma rivolta è l’opposto della costrizione all’esilio (…) Allora rivolta, una rivolta concreta e reale, è questa delle persone che sanno ancora sognare e cercano, in massa, il proprio futuro in terra straniera, a rischio della propria stessa vita e di quelle dei figli.”.
Ho appena finito di leggere il bel saggio di Guido Barbujani, L’alba della storia, in cui mostra come gli spostamenti di gruppi umani nella preistoria e poi nella storia hanno permesso spesso la loro sopravvivenza, attraverso quelle trasformazioni, quegli incroci che, oltre l’adattamento, in molti casi hanno proprio arricchito la conformazione umana. Viviamo poi al centro di un Mediterraneo che ha visto sorgere grandi civiltà anche per i continui scambi e incroci etnici e culturali.Ma non posso far tacere il pensiero fisso chequesti che se ne vanno, i nostri ragazzi intendo qui, sono quelli che lo Stato, i Governi, la Società autodefinentesi democratica – noi –, hanno deluso profondamente, quando li hanno svuotati di valori, li hanno derubati di prospettive non solo sociali, ma addirittura terragne; li hanno dimenticati. Quali valori, poi? Quelli seri, inviolabili, che sembravano essere porti fin dall’asilo, e in TV, dalle cattedre, negli oratori, nei comizi? E che poi, nella pratica della vita comune, si rivelavano involucri vuoti come i gusci delle cicale a fine estate? I ragazzi che adesso ci mancano se ne sono accorti sui buchi dei loro zaini, del loro presente e futuro. Sono quelli che, invece di andarsene dalla vita pubblica non votando, non partecipando, reagendo con proteste senza causa, arrabbiate, mascalzonate – baby-gang, accoltellamenti da social, slogan nazisti tra i più feroci, omicidi per passatempo –; ma anche con proteste –se pur effimere, sì, sporadiche – contro l’inefficienza della scuola, l’inquinamento del pianeta, la guerra, il G8; sono quelli che hanno scelto di lasciarsi tutto alle spalle e di andarsene.
No, non è per rivolta; è sconfitta, è amaro esilio, io credo. Anche quando pagano di più gli stipendi, anche se altrove c’è più possibilità di fare carriera, anche se si arriva a mangiare con certezza tre volte al giorno. “Scacciati senza colpa”, cantavano gli anarchici del secolo scorso. Così i nostri ragazzi.
No, non dica Calandrone che “li invidiamo anche”. No, noi rimaniamo qui, ben radicati ai nostri spazi. Perché poi dovremmo invidiarli? Dice Calandrone: “perché sono insieme, perché sognano insieme.”. Ma insieme come, insieme dove? In quei circoli di nostalgica nazionalità – per non dire ghetti culturali di minoranze misconosciute anche dalla madrepatria – dove tutto arriva lontano, passato, postumo? Quali sogni? Di non lasciare soli, di curare i propri anziani di casa; di portare i figli a vedere quel Sandrone che il giovedì grasso dal balcone su Piazza Grande fa sghignazzare la gente della sua città; di andare a porgere l’ultimo saluto a chi, dei cari cari, muore? O banali sogni di una qualche sopravvivenza anche solo dignitosa?
A radio 3 ogni tanto trasmettono interviste a giovani italiani che, chi da più chi da meno tempo, stanno all’estero. Quasi sempre hanno trovato modo di sistemarsi. Qualcuno comunque scontento, i più adattati. Pochissimi dicono che vogliono prima o poi tornare. Anche se non lo dicono con parole, c’è comunque un fondo amaro di risentimento, di rabbia anche, di delusione. Hanno ragione. Noi li abbiamo lasciati andare via, quando proprio non li abbiamo sollecitati a partire, mettendo poi in soffitta i loro veri sogni, amori, amicizie, lutti, abitudini.
Diversi, sì, sono diversi dai ‘napoletani’ con le pezze al culo e solo il dialetto in bocca, che sui piroscafi immortalavano la loro nostalgia per Napoli, ancora nelle acque di Napoli; ma di un’infelicità profonda come quelli. Neanche sono della stessa fame matta che porta tanti ragazzi in Europa dall’Africa, dall’Asia. I nostri hanno in tasca spesso una laurea, un dottorato, un buon mestiere, e tanta amarezza per il rifiuto, l’abbandono, l’inganno da parte della propria gente. No, non basta essere pratici dell’Erasmus per essere pronti ad abbandonare tutto.
Oggi ho saputo da radio 3 degli studenti francesi in lotta. Tanti. Confesso che mi son venute lacrime agli occhi e parole antiche che ronzavano nel cuore: quel maggio francese del 1968, ce n’est qu’un début, continuons le combat …

In quel primo articolo del n.15 di CartaVetro ho parlato di un allora giovane che partì così dall’Italia e che ci ha ritornato indietro dopo tanti anni bellissime poesie un po’ amare, poesie non pubblicate là dove vive e dove non ci sarebbe circondario per loro, poesie che io ho proposto in quel numero del blog. Or ora ne sono arrivate altre due, connesse a quelle, che vi trasmetto. 

Di   Massimiliano Aravecchia

Malacosoma disstria  

A Chiara B. e Francesca B, in memoriam

Tutto si reimpara dopo l’inverno, anche la strada
Che porta a scuola se segui la traccia del risveglio
Per siepi su cui la neve lascia il posto
A un rinnovato biancore. Segui  la sfrontata
Spirea, sacerdotessa del disgelo, la sua stola
Gettata con malagrazia sulla rete dei cortili

+
Altrove è primavera. Maggio affonda nel cic-ciac
Dei nostri passi asincroni (nervosi
I miei ma i tuoi desiderosi di scoprire
Parole nuove nel libro del mondo: récréation,
Efface, solitude, salle poli1 – seconda lingua
Madre, levigata sensazione del distacco.

+
Ora è giugno e cerchi ogni mattina
Tra la forsizia e le ultime istruzioni per  la scuola
Le tracce della Malacosoma disstria:
Ma dove inizia e dove si conclude questa pena
Che oblitera ogni foglia? Il suo passaggio
È una frase lacunosa, un viaggio senza punto a capo.

+
Avrei dovuto fare più attenzione ai nomi delle cose,
Non alle cose stesse. La promessa ingenua
Della spirea sfiorisce non appena si palesa –
Non è il suo soprannome bridal wreath2 ?
L’estate è una grammatica d’assenze
Sparse nell’aria tesa come  volo di falene.

1-Ricreazione, gomma da cancellare, sala polivalente (francese; efface è un quebécisme)
2-Ghirlanda nuziale (inglese)

Malacosoma disstria, il ‘bruco della tenda forestale’ è un lepidottero, che nella fase di uovo (inverno) vive in anelli schiumosi, emessi dalla femmina-madre, intorno ai tronchi e ai rami; da larva (primavera) divora le foglie, e poi fa la muta, diventando una falena notturna, di colore giallo-ocra o beige. Diffusi nel Nord America, hanno moltiplicazioni vertiginose ogni 6-10 anni e allora possono spogliare completamente delle foglie foreste intere, provocando la morte degli alberi deboli.

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