
“Figura eccentrica, solitaria e insieme ispiratrice, Arun Kolatkar, è diventato nei due decenni dalla sua morte nel 2004 (era nato nel 1932) un autore di culto, una sorta di Bolaño indiano della poesia, capace di inventare una nuova lingua, nitida e tagliente, e di serpeggiare tra l’inglese delle canzoni beat e delle strade di Bombay one un marathi volutamente colloquiale e dissacrante per esprimere una sensibilitĂ assolutamente originale e fedele a sĂ© stessa.” Cito dalla prefazione esaustiva e coinvolgente di Francesca Orsini. L’originalitĂ di questo poeta, piĂą apprezzato dopo morto che da vivo, deriva dalla sua insofferenza sia al nazionalismo indiano che al regionalismo marathi.Â
L’opera uscì nel 1974, qui tradotta da Graziano Krätli che firma anche la bella introduzione, quanto mai necessaria per contestualizzare l’opera e afferrarne la qualità e le radici. Jejuri fu scritta in meno di sei mesi tra il novembre 1973 e il marzo 1974: 31 poesie ispirate a un pellegrinaggio verso l’omonima località , reso in modo non convenzionale.
La biobibliografia correda e completa.
Il sole calante
Il sole calante
tocca l’orizzonte
in un punto in cui i binari
come i paralleli
di una profezia
sembrano incontrarsi
il sole calante
grande come una ruota
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