Oggi si usa con abbondanza un prefisso “eco” per proiettarsi in una dimensione in linea con le problematiche che ci attanagliano: lo fanno da tempo con buon diritto i ricercatori, con meno liceità i politici, vanamente i movimenti ambientalisti, con molte ragioni le donne che vedono riconosciute istanze che in tempi passati le hanno rese invisibili; e poi tutto un mondo di scrittori, scrittrici, poeti, poete e filosofi. Non potevano mancare le religioni che certamente non hanno nulla di ecologico nel loro dna, se non altro per la scarsa attenzione alla centralità di ambiente e natura. Proprio nell’ultimo incontro di Sororità ci siamo imbattute nella biologa Lynn Margulis e nel suo olobionte come sistema integrato e simbiotico e nella sua teoria dell’endosimbiosi, un processo fra due organismi secondo cui uno vive permanentemente all’interno dell’altro in una reciproca convivenza pur non condividendo lo stesso dna, teoria che ha aperto un nuovo sguardo sulla evoluzione. E di Margulis mi ha colpito anche il suo atteggiamento verso le religioni appunto. Margulis afferma “rifiuto l’insensatezza giudaico- cristiana… Ammetto le mie convinzioni, tutte le religioni organizzate sono inganni istituzionalizzati, imbrogli condivisi e derisivo tribalismo”[1]

Una frase forte, forse anche un po’ “spiccia”, forse poco autorevole per l’ambito specifico in cui Margulis non ha competenza, ma che nel fondo condivido, essendo io da sempre  fuori da ogni chiesa e da ogni religione istituzionalizzata,  con un rifiuto dell’antropocentrismo e androcentrismo in esse contenuto, incline però a una religiosità o spiritualità che vivo e che ho riassunto in una frase tratta liberamente da Anna Maria Ortese: “credo nel dio che è nelle ciliegie, nel mare, nel vento, negli occhi della mia gatta”.[2]

Nel tentativo di trovare un filo di alleanza con il mio gruppo sororale mi Ã¨ venuta in soccorso la teologia della liberazione, attraverso i suoi rappresentanti dell’America Latina con la proposta di una “spiritualità integrale, eco centrata o ecologica” che cambia il paradigma e la lente attraverso la quale porsi di fronte al cosmo anche da un punto di vista religioso,  rendendo per me più accettabile un confronto, pur con teologi che restano all’interno della Chiesa e del cattolicesimo. Scrive il teologo Josè Vigil: “Definiamo ecologica la spiritualità che nel centro del suo paradigma riconosce nella natura una dimensione spirituale e una propria fonte”, una spiritualità eco centrata che colloca se stessa e si autoriconosce all’interno dell’oikos, nel cosmo come oikos, come sua casa, come sua “placenta spirituale”.[3] Se il sacro è nella materia, viene vanificata la relazione personale con dio, propria della spiritualità cristiana e quindi anche la sua espressione, la preghiera, nonché tutta la storia della salvezza ultraterrena che ne è il tema centrale, il pensiero unico, che dà completamente le spalle alla natura (sempre Vigil).

Nulla di nuovo se andiamo molto indietro nel tempo attraverso le scoperte archeologiche di Marija Gimbutas che ci apre alla civiltà della Grande Dea, dove il nucleo religioso è bipolare, noi e la natura che è sacra, divina, rispetto alla tripolarità della religione giudaico-cristiana in cui la natura è ridotta allo statuto di pura materialità oggettiva e il divino appartiene ad una entità separata (un dio spirituale senza corpo né materia).

Nella civiltà della dea il termine “dea” non si riferisce certo a una versione femminile del dio monoteistico e trascendente. Ne Il linguaggio della dea, Gimbutas definisce la dea “un simbolo dell’unità di tutta la vita nella Natura, da qui la percezione olistica della sacralità e del mistero di tutte le cose sulla terra”.[4]

Questa dea cosmogonica che è Una e Molte (la molteplicità è la verità più profonda della vita, afferma Coccia nel suo Metamorfosi [5]) è in definitiva l’intero mondo naturale, prolifico e fertile. Scrive ancora Gimbutas: i riti funebri e le modalità degli insediamenti riflettono una struttura matrilineare (non matriarcale), mentre la distribuzione delle ricchezze nella tomba parla di un egualitarismo economico”. Una società insomma dove le donne hanno costruito una convivenza con il pianeta che la “spiritualità soprannaturale” non ha saputo raggiungere né indicare.

La civiltà della dea non ha avuto bisogno delle scoperte scientifiche cui rende grazia Vigil (la relatività, l’evoluzionismo, le frontiere della biologia) per affermarsi, eppure per noi donne è un punto grande di appoggio e un vero motore cui anche le eco femministe fanno riferimento.

L’approccio eco femminista parte dal presupposto che il cambio di paradigma per salvare la terra ha come nodo centrale la denuncia della associazione che la società patriarcale ha fatto nei secoli e continua a fare fra natura fisica, da dominare e assoggettare e le donne, relegate a cittadine di seconda classe. Fra le eco femministe (cattoliche) ho seguito il pensiero di Ivone Gebara che denuncia come le donne e la natura rappresentano per la società un fattore di disordine rispetto alla scienza e alla religione (vedi caccia alle streghe o l’attuale inferiorizzazione del genere femminile nelle chiese di ogni tipo). In particolare la teologia cristiana, separandoci dalla natura fisica, ha reso invisibili le donne e, separando gli esseri dal soprannaturale, ha legittimato la distanza dalla terra. Gebara si ispira a una nuova teologia fuori dal patriarcato e dall’antropocentrismo. Non si può più pensare alla salvezza e alla resurrezione dell’essere umano senza considerare l’insieme del suo ambiente fisico vitale, né si può pensare all’essere umano come al re della natura, superiore a tutte le creature o dimensioni.

“La teologia eco femminista intende offrire un riferimento nell’analisi di alcune strutture fondanti delle religioni, verificando in che misura una determinata struttura o credenza religiosa favorisca l’esclusione delle donne e uomini e ponga la natura come oggetto di conquista da parte dell’essere umano”. ( Gebara: Teologia eco femminista)

Anche Gebara parte dal principio che tutto ciò che esiste è interconnesso e ha la stessa origine. (“L’interdipendenza di tutte le cose è la realtà costitutiva dell’universo”: M.J. Ress). Quindi non esiste un dio esistente in se stesso (come afferma il cristianesimo che si basa su miti da decostruire, esempio la creazione, processo avvenuto nel tempo). È da risignificare a questo punto sia la trascendenza, sia la redenzione e la resurrezione. Gebara scrive: “è giunto il momento di non collocare più la trascendenza in un essere perfettissimo, ma arrivare a percepire che sono l’universo, la terra e tutti gli esseri a trascendersi gli uni con gli altri”.[6]

La redenzione nella teologia cristiana presuppone la perdizione che ha a che fare con il male nel mondo umano, concentrato nella figura femminile di Eva, simbolo di disordine e di disobbedienza, creando una distanza fra il creatore e le creature e la necessità di figure salvifiche maschili con il modello della incarnazione, nonché la morte radicale della natura e degli animali, che non possiedono anima. In questo impianto patriarcale il mondo fisico è caduco e merita minore attenzione rispetto all’umano creando una gerarchia in cui i processi che riguardano le piante, gli animali, i fiumi, le foreste non sono iscritti nella stessa forza organizzativa della vita.

Secondo Gebara invece:

“Parlare di incarnazione, nella carne, nei corpi, nella storia, significa uscire dallo schema della onnipotenza gerarchica e toccare la relazionalità della presenza dell’amore, del bene, della giustizia a partire dal quotidiano. Significa portare l’incarnazione nei processi ordinari della vita……È qualcosa che avviene nella carne, nella banalità delle relazioni umane… che interessa il mondo naturale e animale, che avviene nella straordinaria vita dei più minuscoli esseri che partecipano della stessa energia che ci costituisce”.

E ancora: “ La resurrezione è un processo mai concluso all’interno stesso della vita…È in realtà sempre la vita, per noi che siamo qui e parliamo di essa. E come gli esempi ispiratori di coloro che se ne sono andati e che si sono trasformati, grazie alla loro vita, in buona semente e in alimento per noi… Lo stesso si può dire di tutte le forme di vita, le quali partecipano dello stesso processo vitale di morte e resurrezione, a dimostrazione, ancora una volta, dell’interdipendenza tra i processi vitali e delle somiglianze che esistono fra di essi… Siamo parte di questo corpo unico che, dall’individuo alla collettività, vive in una creativa e vitale interdipendenza di vita, morte, resurrezione, rinnovamento continui.”

Mi chiedo e chiedo davvero come, con una concezione così laica e che rivoluziona tutto l’impianto della religione rivelata, Gebara  possa restare all’interno della Chiesa: qui non si tratta di una riforma, ma di una rifondazione.

L’orizzonte di questi scritti mi ha posto degli interrogativi sulla schizofrenia fra una visione integrata e armonica del mondo naturale e il reale nostro comportamento di fronte a ciò che è altro dall’umano. In particolare mi ha posto di fronte  alla  â€œcoscienza animale”, a quella frattura che segna la nostra alienazione dalla natura e in particolare da quel mondo senziente a noi più simile e vicino, al “non dell’animale, alla sua mortalità, vulnerabilità, eterotrofia e possibilità di predazione “ , come scrive Massimo Filippi che continua: “L’umano ferisce due volte il corpo della natura, come animale cosciente e come spirito immortale e così facendo riassorbe l’intero esistente all’interno dei suoi confini, un esistente che ha la struttura del grattacielo che descrive la nostra società, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una cattedrale”.[7] Un tema purtroppo totalmente (e a mio avviso gravemente) assente nell’ecofemminismo, se non ignorato certo non esplicitato o indagato.

La storia ha mostrato che il taglio operato dall’uomo non risparmia neppure gli umani se pensiamo alla tragedia del nazismo dove gli ebrei sono stati resi animali alla stessa stregua in cui opera  â€œla nostra  impresa senza fine, capace di autogenerazione, pronta a mettere incessantemente al mondo conigli, topi, polli e bestiame con il solo obiettivo di ammazzarli”, dice Elisabeth Costello in Vita degli animali di Coetzee,[8] affermando che è una magra consolazione pensare che la carne macellata è dedita alla vita, mentre lo sterminio degli ebrei è prodotto da una decisione metafisica. Sempre Costello: “Singer paragona il comportamento umano verso gli animali al comportamento nazista verso gli ebrei. Non dice che sono altrettanto gravi, ma che si basano tutti e due sul principio che forza è ragione e che si può fare quel che si vuole a chi è in nostro potere”.

Tanta gente preferisce non pensare troppo a quello che accade nel mondo animale, a chi sta fuori dal gruppo privilegiato evitando ciò che può turbare: così si guarda da un’altra parte o si giustifica il comportamento umano generando indifferenza. O si fa  vetrina di divertimento infliggendo supplizi; Jason Hribal nel suo bellissimo libro Paura del pianeta animale[9], in cui percorre gli zoo e i parchi acquatici di tutta l’America, ci guida in un viaggio di torture, ma anche di Resistenza Animale avventuroso e straordinario in cui ci mostra, come gli animali, attraverso la ribellione,  non sono meri automi spinti da un meccanicistico “istinto di sopravvivenza”, ma portatori di pensiero, di capacità organizzativa e strategica quanto gli esseri umani. Sono individui che anelano alla felicità e alla libertà tanto quanto noi umani. Hribal racconta storie di animali in cattività che evadevano dalle loro gabbie, aggredivano i loro custodi, rifiutavano di eseguire numeri e perfino di riprodursi, organizzando una resistenza che ha cambiato la storia. Dalla presentazione del libro di Hribal: “Sovversivo è chiunque cospiri, minacci e agisca per ribaltare un ordinamento esistente che lo opprima, sovversivo è chiunque non abbia nulla da perdere in quanto privato della propria libertà e condannato alla schiavitù perpetua e alla morte… Di sovversione sono costellati i libri di storia dell’umanità, celebrata o infangata a seconda della prospettiva del vincitore che scrive, talora completamente omessa. L’omissione è stata la regola indiscussa per gli individui delle altre specie, storicamente schiavizzati per i lavori più duri, incarcerati ovvero allevati e uccisi al fine da renderli referenti assenti o cavie, divenuti parte integrante, quali cose, dei processi di produzione capitalista”.

Piccole persone li ha chiamati Anna Maria Ortese nell’omonimo libro. “Se il termine persona deriva dalle maschere utilizzate dagli attori del teatro antico che diventano tali solo dopo aver nascosto il loro corpo vivente dietro a quelle – scrive Massimo Filippi in I margini dei diritti animali – la liberazione dalla zoo politica deve allora necessariamente prevedere lo smascheramento delle trame oppressive che da sempre mirano a normalizzare zoe, il rigoglioso fluire della vita, del molteplice, dell’impersonale. Smascheramento che non chiede di rinnegare la persona, ma che all’interno della persona ne blocca il meccanismo di discriminazione e di separazione rispetto a tutti coloro che non sono ancora, che non sono più, che non sono mai stati dichiarati persone…Con e oltre Simone Weil, il sacro non è la persona, ma l’impersonale che la percorre.”

Il mondo animale è fatto dei loro corpi che non parlano, ma ci rispondono. “Gli animali dialogando con noi, ci mostrano che l’identità è già differenza, che il confine è una degenerazione del margine. O meglio margine doppio, in quanto marginale e rimarginante. Il corpo vivente infatti è al contempo ospite dell’ambiente e ospita l’ambiente… da cui è continuamente pervaso” . Siamo il frutto delle relazioni che ci hanno reso ciò che siamo anche spiritualmente dove “lo spirito (e le sue costruzioni culturali) è abissalmente preceduto dal corpo vivente dell’animale”. Corpo vulnerabile, come quello umano che ci fa valicare i confini di specie e permette di fare insorgere la compassione, il patire con, aprendoci uno spazio di convivialità oltre la specie. Convivialità che va costruita  anche fra agli ambienti: per ambiente in genere si intende quello che come umani vediamo e viviamo, ma l’ambiente è necessariamente diverso a seconda di come viene attraversato (Uexkull [10]): il mondo apparirà diverso a chi striscia e a chi vola, a chi cammina su mille piedi, a chi su quattro zampe e a chi su due, a chi lo sfiora, a chi lo percepisce con l’olfatto, a chi con il tatto, a chi sente l’ultrasuono, a chi vede nello spettro dell’infrarosso; il mondo è una serie di mondi, tutti con uguale dignità e con legittimi diritti. Qui la parola diritto si fa oscura per quanto riguarda il mondo animale: estendere infatti i diritti umani ai non umani, non è sufficiente a cambiare i rapporti, è un passaggio, ma non un approdo, poiché, essendo l’animalità ancora negata ed esclusa, il diritto si presenta ancora “troppo umano”.

Nel provocante racconto di Coetzee, Vita degli animali, la protagonista pone, ad una esterrefatta assemblea, domande e riflessioni che tentano un approccio disincantato col mondo degli animali non umani:

 cosa si prova ad essere un pipistrello? (“Noi possiamo capire i cavalli perché li amiamo, ma non capire i pipistrelli perché non li amiamo: non sarà buona antropologia, ma è buona ecologia”.).

 Cosa significa che un animale” è un essere nella sua pienezza, colmo di gioia”? (L’ antropologa Barbara Smuts , che ha vissuto a lungo con i babbuini, così commenta questa frase: “durante i periodi che ho passato con loro, in assenza di specifiche sollecitazioni, parevano esprimere un placido apprezzamento per essere “corpi di babbuini in terra di babbuini”).  

“La sofferenza è sofferenza, non importa di che specie sia l’essere che la subisce”.

Vorrei terminare con Anna Maria Ortese che più volte nei suoi interventi pubblici e nei suoi scritti ha denunciato i delitti dell’uomo contro la Terra, la sua cultura di arroganza, la sua attitudine di padrone e torturatore “di ogni anima della vita”.

Il suo è un grido, partito inizialmente dai “sacrifici” delle festività pasquali:

“Non nominate più Cristo, per favore, se non potete fare a meno di mangiare carne di altri esseri strappati alle loro madri, ai loro campi, per l’allevamento doloroso e dall’allevamento per il macello. Non nominate nessun Dio, se non sentite che anche questi poveri altri sono vivi! Vivi! E se, malgrado siano vivi, voi consentite che sia fatto ad essi quello che è fatto. E non solo non nominate più Dio, ma non nominate neppure la primavera, né ammirate un mandorlo in fiore, se ne esistono ancora. Non è per gli amici dei macelli la primavera, né il mandorlo fiorisce per essi, né la Resurrezione avviene per essi.”[11]                                                                                                  


[1] Lynn Margulis, Una revolucion en la evolucion: escretos selectionados, Università di Valencia

[2] Anna Maria Ortese, Corpo celeste, Ed. Adelphi

[3] Josè Vigil, Il cosmo come rivelazione, Gabrielli editore

[4] Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Ed. Venexia

[5] Emanuele Coccia, Metamorfosi-siamo un’unica sola vita, Einaudi Edizioni

[6] Ivone Gebara, Il cosmo come rivelazione, Gabrielli editore

[7] Massimo Filippi, I margini dei diritti animali, Edizioni Ortica

[8] J.M. Coetzee, La vita degli animali, Adelphi edizioni

[9] Jason Hribal, Paura del pianeta animale-la storia nascosta della resistenza animale, Ortica edizioni

[10] Jakob von Uexkull, Ambienti animali e ambienti umani. Una passeggiata in mondi sconosciuti e invisibili, Edizioni Quodlibet

[11] Anna Maria Ortese, Le Piccole Persone, Adelphi edizioni

  1. Avatar Chiara Pellegrini
    Chiara Pellegrini

    Clelia, Maestra!
    Quanto imparo dal tuo disvelare cultura e sensibilità!
    Uno splendido contributo al mio navigare, questo articolo prezioso !

    Sempre sempre grata.
    Chiara da Asola

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