Nel 1994 era ancora possibile imbarcarsi a Roma e atterrare ad Asmara, alloggiare in un albergo e noleggiare una jeep con la quale attraversare il confine con l’Etiopia e raggiungere Axum, passando da Adua, in sei, sette ore.
Ad Axum ti accorgi che l’Etiopia ha una storia a sé, che permea il corno d’Africa e ha radici profonde. Qui ci sono i bagni della regina di Saba che mise al mondo, unendosi con re Salomone, Menelik, il primo negus, e qui si conserva, pare, l’Arca dell’Alleanza che dovrebbe custodire le tavole della legge. Non importa quanto sia vero, perché è sui miti che si fonda l’origine di un popolo.
Da lì si sale al parco del Semien, in un paesaggio di insospettabile bellezza: a grandi aperture collinari gialle per le colture di grano e di orzo, si alternano grigi canon profondissimi di roccia basaltica. Si attraversano boschi in una strada fiancheggiata da cipressi ed eucalipti.
Su, a 3000 metri di quota, si accende il fuoco per cucinare qualcosa comprato al mercato e per affrontare i rigori della notte in tenda. Si può girare a cavallo, passeggiare, salire tra scimmie curiose, sostare per rendere omaggio a una natura ancora pulita, non piegata al consumo.


Gondar è la città imperiale, la città fondata da Fasilades nel XVII secolo: restano il castello coi suoi parapetti merlati, i bagni che si animano a gennaio per la straordinaria cerimonia del Timkat, il battesimo di Gesù, e la stupenda chiesa copta di Debre Berhan Selassie, con le numerose teste di cherubini sorridenti che guardano dal soffitto.


Alle porte di Gondar, in uscita dalla città si passa il territorio dei falascià, gli ultimi ebrei etiopi rimasti in patria dopo il trasferimento in Israele, attraverso le operazioni ‘Mosè’, ‘Giosuè’ e ‘Salomone’, tra la fine degli anni ottanta e il 1991, di quasi tutta la popolazione. L’ambiente ha qualcosa di miserabile: poche statuine nere con la stella di David, una mesutzà alla porta di una capanna, esibita per due birr (moneta locale, circa venti centesimi).


Per Bahir Dar ci sono ancora quattro ore di strada, dapprima montana e polverosa, poi stesa in una pianura dolce: teorie di persone, uomini e donne che tornano carichi di cose sulla testa, altri nei campi a battere il frumento o la dura con l’aiuto di poche bestie.

Da Bahir Dar si raggiungono le cascate del Nilo Azzurro con un breve trekking e l’attraversamento del fiume su un sambuco di canne palustri, fino al magnifico spettacolo che incantò e incanta tanti viaggiatori.
Ancora in barca per i monasteri che si affacciano sulle acque del lago Tana: Kidane Meheret, Kebrane Gabriel e St. Mary che, nel sancta sanctorum, conserva preziose pergamene antiche.
Di nuovo sulla strada fino al bivio per Woldia, poi verso Lalibela. A Gashena, un villaggetto dominato dal grande cantiere per l’apertura di una nuova strada; è possibile percorrerne il tracciato, sia pure con fatica, polvere e sassi.
A Lalibela bisogna arrivare durante il Natale copto che si celebra il 7 gennaio. Dopo viaggi in tempi dettati dalle ferie, finalmente, nel tempo della pensione, è stato possibile partecipare a questa straordinaria cerimonia.

Lalibela
Nei primi anni del XII secolo, nella provincia di Wollo, nacque un bambino destinato a diventare re e santo. Proprio mentre veniva alla luce, un denso sciame d’api gli si dispose tutto intorno. La madre, credendo che queste api fossero i soldati che un giorno avrebbero difeso il figlio, diede al piccolo un nome che significa “le api riconoscono la sua sovranità”, cioè Lalibela.
Oggi Lalibela, a 2800 metri di altitudine, è una città che il santo monarca trasformò in una delle meraviglie del mondo. Al suo ordine undici chiese monolitiche vennero scavate nella roccia e i cronisti del re, sconcertati dalla soluzione dei problemi logistici, così enormi, scrissero che a Lalibela erano intervenuti gli angeli.
Erette in due gruppi sulle rive di un fiume che si chiama Giordano, le chiese sono tuttora aperte al culto. Per visitarle e ammirare la loro potente architettura, le magnifiche facciate e gli splendidi interni, si seguono strette gallerie, si scendono gradini scavati nella roccia, e si attraversano boschetti, terrazze, pozzi, cunicoli, sale, cortili.
Nei giorni che precedono il Natale, il 7 gennaio, giungono a Lalibela, da pianori frastagliati, attraverso lande costellate di impervi torrioni di roccia, gole, montagne dall’aspetto lunare, migliaia e migliaia di pellegrini. Le funzioni cominciano all’alba, durano sei-sette ore: i fedeli seguono in piedi appoggiandosi con l’ascella sui loro lunghi bastoni. Varcare la soglia non è un’azione qualunque: le persone si scalzano, baciano la porta. Dentro vi è un secondo recinto e poi uno spazio sacro in cui entrano solo i sacerdoti: lì è custodito il Tabot, l’oggetto più sacro della tradizione etiopica, una semplice tavola di pietra, con motivi ornamentali incisi, che evoca le Tavole della Legge. Solo il basamento delle chiese rimane radicato alla pietra madre, il tavolato vulcanico. Fino all’ultimo istante i santuari si celano allo sguardo di chi si avvicina, perché i tetti sono al livello dell’orlo dello scavo. Poi l’opera si manifesta, ciclopica: una chiesa e poi un’altra e un’altra ancora… In esse si è strutturato nei secoli un sistema simbolico di spazi, di luoghi, di movimenti rituali finalizzato alla manifestazione del mistero del sacro: architetture e decorazioni creano un gioco ininterrotto di luci e di ombre, di passaggio all’interno e all’esterno, di rivelazioni e occultamenti che rispondono a un’unica impostazione teologica.
L’entrata è a ovest, mentre il sancta sanctorum è rivolto a est; i fedeli dalla porta, simbolicamente luogo delle tenebre, camminano verso est, verso la luce. Un unicum devozionale, da ovest a est, dall’ombra del tramonto alla luce della salvezza. Architetture delle “profondità”, le basiliche non si stagliano sull’orizzonte, né soddisfano alcun orgoglio monumentale. Celate nel cuore della terra sono intime e segrete come il mistero che si fa prepotente la sera, quando le persone si stendono sulla roccia, avvolte nello shammà di garza bianca. Addossate le une alle altre, in infinita teoria, cantano o pregano in silenzio, accompagnando la liturgia che si scioglie con suono di tamburi e di sistri. I sacerdoti parlano il Ge’ez, un’antica lingua semitica; spesso non conoscono il significato delle parole, ma l’effetto è di una fortissima carica spirituale.

Dessié costituisce il punto di partenza per un giro sul lago Haik per visitare l’antico monastero di Istifanos. Un po’ di pesce, comprato dai pescatori e cucinato alla brace sulla riva, rende la sosta piacevole.

C’è una pista che permette di raggiungere Kombolcha e, di lì, Batiè, con il grande mercato del lunedì a cui affluiscono popolazioni di varie etnie, afar, oromo, amara, per commerciare ogni genere di mercanzia: bestiame, cordami, pelli, cereali, manufatti.

Verso il Tigray l’atmosfera è luminosa e si può passeggiare sull’Amba Alagi, dedicando a questo luogo qualche pensiero legato alle due battaglie che videro l’Italia sconfitta: la prima, del 1895, in cui le truppe italiane furono annientate da quelle abissine; la seconda, del 1941, per mano delle truppe angloindiane segna l’epilogo della guerra in Africa orientale. La depressione della Dancalia non è lontana e ci si può inoltrare per qualche chilometro, incontrando lunghe file di cammelli che trasportano sale e provengono da quella regione di vulcani e deserti, non lontana ma ben diversa dallo straordinario panorama roccioso del Gheralta, disseminato di chiese e monasteri legati al cristianesimo ortodosso etiope, molto vicino alla Chiesa Copta.


La chiesa del Corno d’Africa
Chiamare copto il cristianesimo etiope ed eritreo è improprio, poiché la definizione si riferisce alla chiesa egiziana miafisita (che riconosce l’unione della natura divina e di quella umana nella figura di Cristo, come unità composta e non è monofisita, che indica un’unità elementare). Per secoli la chiesa copta rifiutò di consacrare vescovi per la diocesi etiopica. Il metropolita era sottoposto all’autorità della cattedra di Alessandria, la quale sola aveva il diritto di decidere. Nel 1959, in occasione di una visita di stato dell’imperatore Haile Selassié in Egitto, per la prima volta fu celebrata l’ordinazione di Abuna Baselyos a capo di una chiesa indipendente. Con la morte di questo patriarca, avvenuta nel 1970, la chiesa etiopica si distaccò completamente   dalla chiesa copta e visse in autonomia fino alla caduta di Haile Selassié, nel 1974, ad opera di Haile Mariam Menghistu. Il nuovo dittatore espropriò la chiesa rendendola dipendente dal governo, e rafforzò il proprio controllo su tutto l’apparato ecclesiastico. Alla fine della cosiddetta “repubblica popolare democratica”, la chiesa è ritornata in possesso della sua autonomia, nonostante la mancata restituzione dei beni.
Inoltre, dopo che l’Eritrea ebbe riconquistato l’indipendenza, il vescovo qui nominato fu innalzato al rango di patriarca con una totale autonomia dall’Etiopia.


Non distante dalle magnifiche rocce del Gheralta, c’è Macallè, città moderna e principale centro economico dell’Etiopia, dalla quale si raggiunge, passando per Adigrat, sede di uno dei quattro cimiteri italiani in Etiopia, Dobre Damo, un alto roccione piatto che porta in cima un monastero dedicato a San Michele. Solo i maschi possono salire, arrampicandosi su una corda che, a richiesta, viene calata da un monaco.

Alla frontiera, ancora praticabile nel 1995, la strada, fiancheggiata dai resti dei mezzi bellici abbandonati nella ritirata delle truppe etiopi, porta a Decamerè, al bivio Asmara-Massaua. Verso il mare, la strada scende a tornanti per più di cento chilometri, fra ampie colture di papaia e al lato dei resti dell’ardita ferrovia Asmara-Massaua, unica in Eritrea e ora ripristinata. Si attraversa il ponte di Dogali, poco prima di entrare in una città sventrata dai bombardamenti, ferita dalla violenza della guerra recente, con case crollate, carri armati abbandonati e campi minati. Dal mare si raggiungono le isole Dahlak, circa trecento, distese nel Mar Rosso su tavolati corallini.

Si può stare al mare anche sulla spiaggia di Gurgussum, o raggiungere il confine col Sudan, rientrando ad Asmara, per inoltrarsi nelle zone cunama.
Fino a Keren la strada è in buone condizioni e la città è vivace, con un mercato animatissimo, cammelli, ceste, stoffe, argenti…
Fa impressione l’enorme cimitero che custodisce le migliaia di spoglie dei soldati italiani e ascari morti nella lunga battaglia del 1941, contro gli angloindiani che segnò la fine dell’impero coloniale italiano. Il cancello d’ingresso forma nel ferro la parola ‘eroi’.

Da qui la pista si fa difficoltosa: Agordat è l’ultimo centro con qualche servizio, poi Mogollo è un villaggio di sole capanne. A Barentu però c’è una missione cappuccina presso la quale si può trovare ospitalità. Intorno ci sono gli insediamenti Cunama, poverissimi, lontani da tutto. Di loro non si è accorto neppure il governo coloniale che ha considerato queste terre “tra le più promettenti dell’impero per le sue risorse minerarie”.

  1. Avatar Martina Bugada
    Martina Bugada

    Che emozione leggere questi pensieri! Grazie Nella cara. Parli di un viaggio precedente al nostro ma quando parli di Lalibela con le chiese affondate nella terra e il biancore degli abiti, davvero mi emoziono E cosi ho rivissuto lo stupore provato al sorriso dei cherubini con i nostrri occhi rivolti al soffitto della chiesa di Debre Berhan Selassié! E poi tanto altro. Grazie viaggiatrice che fa amare i viaggi! Martina

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