
Mi accorgo ora che riprendo in mano il libro di Zena che la copertina è di Oriella Savoldi, conosciuta a Brescia ad un incontro, da lei organizzato con Ina Praetorius, l’economista e teologa di Penelope a Davos. L’acquerello di Oriella raffigura un papavero appena schiuso, giallo nel verde, un Papavero della sabbia.
Sta bene in questo libro, lo annuncia; come le pagine che lo costituiscono, mostra ciò che non sempre riusciamo a vedere, deforma e trasporta verso significati diversi, allude e intrica steli e foglie, stende colori che appena si staccano dal groviglio del mazzo, petali che si schiudono e mutano.
Sono racconti brevissimi, anzi non racconti, ma suggestioni e immagini tratte da un incontro quotidiano col terrazzo pieno di verde e fiori. Ma non sono solo i fiori a generare pensieri; ci sono anche le scie bavose delle lumache, una piuma di civetta, le briciole di pane al pettirosso “perché faccia amicizia con le viole”. È l’amore di Zena per gli esseri, tutti, le loro mutazioni e il loro ambiente; le piante del terrazzo, i contenitori che si inclinano, il pavimento che si inumidisce e la lavanda, che sbiadisce per il troppo caldo, sono catturati e descritti con la cura naturale del prestare attenzione. Non è così semplice: attenzione è anche attesa, tensione, quel forzare aperture là dove non ti pare importante e vedere vibrazioni, raccontare vita, perché “si galleggia fra prestiti di cose che vivono soltanto nel nostro sguardo”.
Leggo, rileggo e mi accorgo che quelle immagini pulsano pensiero. Le essenze, i bulbi, i cespugli, miriadi sul terrazzo di Zena, sono pretesti. Non sarebbe così se non sortissero ad ogni passo occasioni di riflessione: “In questi minuti di frontiera senti la vita che respira. Si allarga e si stringe, si allarga e si stringe, come la vite un po’ accesa e un po’ ramarra” o “Poter galleggiare sulla vita con l’orgoglio dei pioppi nella nebbia…” o “Poter vivere così, all’improvviso, qualche volta, come i temporali chiari”.
Se si scende in strada con Zena, nelle “piccole fughe”, si trova conferma del pensiero che il terrazzo induce.
La terra che tracima dai vasi per troppa acqua
Si spargerà, troverà altri bordi, dopo il suo viaggio d’acqua e vento.
Si riconoscerà terra in altra forma, rugata e spostata un po’ più in là.
E noi, come ci riconosceremo, noi?
In quale forma e in quale giro d’amore?
Resta da imparare, intanto, la docilità del cambiare restando.
E anche
La strada comincia, ma non ha futuro: la foschia sembra venirti incontro e l’aria intorno dà un senso di libertà senza confini.
Riconoscersi in un giro d’amore mette alla prova, sottende un passaggio minimo e intensissimo come l’assenza di futuro sembra offrire una libertà senza confini. C’è qui un modo di stare al mondo che vede limiti e difficoltà, ma trova sempre – e credo sia la dimestichezza con la poesia a consentirlo – una via d’uscita che fa respirare: non sapere dove porta un dolore, non sapere rispondere a una domanda inducono una postura generativa, “la docilità del cambiare restando”. È un esito importante e fecondo che svia da quella “condanna alla libertà” tanto temuta da molti pensatori, per accedere a una sospensione immateriale, a un atto originario di stupore. La verità del mondo e della condizione umana filtra infatti attraverso una lingua che, davvero lieve come piuma, riesce a coniugare in singolare equilibrio la perdita e lo stupore.
Nella sosta sul terrazzo o nel cammino per le strade, attraverso i molteplici elementi che nomina, Zena definisce i contorni di un’unità creativa, fragile forse, ma capace del dono che non forza la realtà, non la sottopone a regole predefinite e offre un sentire in status nascens. È lo svelarsi di quell’idea che Maria Zambrano propone nell’immagine dell’Aurora “che è guida anche perché è radice, fiore, albero, anima del sentire originario. Presenza che nasce da una attenzione ineludibile, da uno sguardo sostenuto. Una conoscenza sostenuta unicamente dall’attenzione”.
Torno allora all’acquerello su carta di Oriella Savoldi: le suggestioni che genera vengono dal frantumarsi di petali e steli, l’insieme però è poesia.
Nella Roveri
Allego a queste note sull’ultimo libro di Zena, due frammenti, esempio della sua scrittura.
La bambina delle scale
L’appartamento degli zii stava in una palazzina.
Quando l’auto si fermò, la bambina rimase perplessa per un poco.
Sua madre, lungo il viaggio, le aveva ripetuto è un posto veramente signorile …
Erano parole mai sentite prima, per nessuna casa, e lei già pensava a un castello, con torri e guglie di contorno, e magari in fondo a un viale, con le file di piante sui due lati e la zia che le correva incontro, col vestito bello.
La palazzina, invece, dava sulla strada, schermata da una rete, che faceva festone con il verde, e chiusa da un cancello a scatto.
Era soltanto alta, alta e bianca, impettita nelle sue linee secche, con occhi squadrati di finestre, a fasce regolari sui tre piani, e un’unica porta per entrare.
A farla signorile, forse, era la via che, più avanti, prometteva la collina, con le sue curve morbide e un accenno lieve di salita. La bambina la percorse con lo sguardo pensando che forse finiva contro il cielo.
Per chi veniva dalla piana più bassa del paese, anche alzare gli occhi su una strada era motivo di sorpresa.
(Per dire come sa essere, la pianura, occorrerebbero metri di filo tutto steso, balle di stoffa dispiegata e stirata con le mani, senza l’aria a fare gioco. Lo sguardo corre all’orizzonte, vuoto di ostacoli alla vista: tutto è spalmato e liscio come una colata di sciroppo o un gatto che s’allunga, zampe e coda, fino a diventare una riga sul divano. Anche le case pensano in piatto e si alzano di poco dal terreno: il tetto le schiaccia verso il suolo)
Si salì fra pacchi e buste con i cibi: un poco di campagna per fare saporita la città.
La luce fiorì dentro la stanza come un regalo inaspettato, riflessa nello specchio, nel pavimento e nei vetri colorati.
Era bella la casa e bella la finestra.
La bambina sbirciò e vide dall’alto un quadrato di sabbia con dei cespugli, intorno. Guardò la madre come ad implorare un’uscita che togliesse dalla soggezione: parenti poco conosciuti, oggetti a rischio di gesti inopportuni e il senso di qualcosa troppo nuovo, quasi da sciupare a starci dentro.
Va’, ti chiamiamo quando ci si mette a tavola.
Chiusa la porta alle spalle, il cortile chiamava prepotente con la voce dei giochi da inventare, ma c’era tutto un mondo prima, da esplorare fra scale che scendevano ed altre che salivano. Intanto bisognava saltare a piedi pari da un gradino all’altro e poi a due a due, la mano poggiata alla ringhiera, e capire quanto si potesse resistere a saltellare su di un piede solo, in discesa e in salita, godendo della musica dei tonfi cadenzati. Neppure si poteva rinunciare a sedersi e a lasciarsi scivolare, giù giù giù, sentendo il freddo dei gradini sulla pelle.
Era bello giocare per le scale.
Dopo aver provato e riprovato, fu il momento del cortile. Lì si poteva giocare ai giardini.
Bastava scegliere piccoli rami con tante foglie, meglio se fioriti, liberare per metà il fusto, conservare un pennacchio come chioma e conficcarli nella sabbia: diventavano alberi, un bosco in miniatura, capace di far ombra al pezzo di mattone, trovato lì vicino e subito vocato a far da casa. E i fiori, poi… Sfogliarne la corolla per avere ovunque macchie di colore, in aiuole di ghiaia, qua e là. E infilzare cento bastoncini per costruire uno steccato. La sabbia, cedevole, permetteva ogni cosa, anche cambiare idea, anche cambiare forma senza far fatica.
Era bello il gioco dei giardini. Veniva voglia di continuare all’infinito, finché ci fosse stato un arbusto da spiumare.
Il richiamo di sua madre fu il segnale. Adesso bisognava andare.
Di corsa su per le scale. Ma sembrava così breve il tratto risalito. Forse bisognava allungare di una rampa. Di corsa su per le scale, ancora. Ma com’era la porta, quella giusta? E il nome? Non sapeva leggere, le scuole non erano iniziate. C’era da ricordare il colore. Forse quella di sotto o di sotto ancora. Di corsa, giù per le scale. No, non si sentiva alcuna voce e i colori adesso parevano diventati tutti uguali. Meglio ripartire dal cortile, per ripassare ogni movimento e risalire. Più e più volte, con la vena che batteva forte nella tempia, il cuore a capriole e la voce muta. Una trottola di pianerottoli e gradini a fare confusione nella testa, dopo tanta bellezza: il mondo che si allarga e poi si stringe e diventa una smorfia o una vertigine, come la faccia dentro lo specchio di certi baracconi, durante le sagre di paese.
La trovarono, piccola e piangente, rannicchiata sul primo gradino della scala.
(da Le bambine, Pentagora)
La casa nuova
La bambina non sapeva dove stare.
Sarebbe salita volentieri per quelle scale di marmo così bianco e ci sarebbe scesa, facendosele tutte col didietro, gradino per gradino: sentire il freddo liscio sulle gambe e passare la mano sui ferri di ringhiera.
Ma la casa era grande e non la conosceva.
E poi l’Armida s’era raccomandata tanto. Ferma, doveva stare ferma. E zitta. E non chiedere niente: sua mamma sposava, finalmente.
Erano arrivate la mattina presto, sul furgone di Bindo, loro due: i fagotti della dote, con la mezza dozzina di lenzuola, il paltò di nozze per la sposa e la sottana nuova, sua, col bordo di passamaneria, due giri tutt’intorno.
L’Armida era restata a casa, forse per via del suo grembiule vecchio, pensava la bambina.
Alla bambina pareva cosa bella, questa del matrimonio.
Starete in una casa vera, anche col bagno, le diceva l’Armida, che aveva un suo modo quieto di prenderle i capelli e di tirarli in treccia, assieme alle parole.
E vedrai tutti i giorni tuo papà.
Ché, lei, suo papà, lo vedeva solo la sera della festa, quando veniva lì, ai Torelli, la corte che pareva caduta su un fianco, all’incrocio, e stava a parlare fitto con sua mamma, nella stanza chiusa.
Per lei, c’era e non c’era: la prendeva in braccio qualche volta, e la guardava in faccia, come nello specchio. La metteva giù e se ne andava via: sua mamma restava col nervoso e l’Armida piangeva.
Finiva a stare male, il giorno della festa.
La vecchia a dire: disgraziata come me.
La giovane a lavare i piatti e a sbatterli sul piano di graniglia, velenosa. A parlare col muro di una figlia senza nome e adesso…
Alla bambina veniva voglia di sapere chi era mai quell’altra figlia senza nome, perché, lei, il suo, ce l’aveva eccome, con la luce dentro e forse anche le lucciole, e sapeva già scriverlo per terra, con il bastone di robinia dolce. Taceva, però, e ballava intorno alla tavola, in quella casa di donne e basta. Perché questo era da fare.
Poi, una volta, era arrivato ai Torelli suo papà e non era festa.
È morto, disse, ‘st’inverno ci si sposa, prima che nasca l’altro.
Quel giorno. Tutto pareva di silenzio lustro, nella casa dov’erano arrivate: le porte con la cornice intorno, gli specchi e le finestre alte.
La bambina non sapeva dove stare.
Sua mamma di là, a puntarsi la veletta, il cappotto poggiato sul divano. Neanche una parola.
Suo papà nel bagno lì vicino, a infilare la camicia bianca, e la vecchia mai vista, con la giacca in mano.
La bambina scostò la porta del servizio e provò un sorriso, piccolino.
Va’ a prendere lo zucchero, di sopra, dentro l’armadio delle scale. Per il caffè dei testimoni, disse la voce nuova, che in fondo teneva un aspro d’amarena.
La bambina salì le scale più presto che poteva: c’era da farsi voler bene.
Lo zucchero stava nel vaso grosso: meglio prenderlo con tutte e due le mani, a costo di far senza ringhiera.
Le scale di marmo così bianco diventano burro, all’improvviso, o lacci traditori.
Lo zucchero per terra brillava in mezzo ai vetri.
Un luccichio a punte.
Alla bambina tornò, come un sapore agro, la storia bella dell’Armida.
La contava di sera, quando il sonno tardava e il vapore fermava sul muro la forma dei mattoni.
Storia di principessa e granellini, il dono delle fate. Da non sciupare mai, da tenere più cari della vita: gli azzurri per l’acqua, i gialli per il sole, i bianchi per il bene.
I bianchi per il bene.
Si mise a piangere, forte, col singhiozzo.
Lacrime di zucchero e di malinconia, di granellini scappati per le scale. Bianchi.
Tutti pensarono si fosse fatta male.
(da Margini, Pentagora)
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