
Il posto dove stare, Costa Edizioni, 2024, quarta raccolta di Elena Malta, si apre con un’opera, raffigurante un bosco ricco di tonalitĂ calde e sfumature lievi, realizzata dalla stessa Autrice, con tecnica mista, fondi di orzo e di caffè e penna, intitolata “Radici, chiome e nuvole” che, in realtĂ , è anche una bella ed efficace sintesi della sua poetica. In fondo, il nostro è un viaggio che parte dalle radici e da un luogo, un posto, appunto, e cerca di espandersi dentro le chiome dei progetti di vita desiderando, ognuno a modo suo, qualche nuvola dove mettere a dimora sogni e desideri. Per questo è, anche, un augurio di vita e l’indicazione che il posto dove stare, il suo ma non solo il suo, quello indicato ai lettori, è un paesaggio interiore che custodisce un paese di memoria, di affetti, di voli e cadute, di cortecce di volti e rami posti a difesa, come scudo, di sguardi e sussulti raccolti da foglie provvidenziali. Nel luogo dove i paesaggi esterni e interni scavano uno spazio nuovo, una fenditura di terra e di tempo, la nebbia diventa un grembo muto di decantazione/e bianca culla o calda incubatrice. In questo luogo non luogo – qui possiamo trovare una nuova, diversa declinazione dei non luoghi di Marc AugĂ© – siamo nel posto dove stare per capire/splendore e azzurro e sole, se propizio, dove saper morire come il seme/che non teme nĂ© spera perchĂ© sa/ d’essere prima fine e poi inizio. Il ciclo del seme, della fine e dell’inizio, potente metafora delle nostre avventure quotidiane, ci porta alla scelta di imprimere alla vita il sigillo di una impresa che non chiede altro che d’essere se stessa, libera dalla coltre di consigli e sapienze posticce che oscurano ogni orizzonte, libera di attingere gioia/ a improvvisi/di albe e tramonti/ e di apprendere dalle stelle nelle notti/l’arte di stare accesa. Per non smarrirsi nell’eterno balletto tra volti e maschere, bisogna scovare quel sottile spazio tra le due rappresentazioni, un altro posto dove stare, per continuare a rivendicare l’autentica rivelazione: Io resisto/ Io esisto. Questa affermazione si realizza nella dimensione inesorabile del tempo, maestro di nascondimenti e cerimonie, cha lascia scivolare via pagine dell’agenda ora tutte bianche per l’andata in pensione, fugge dalle ampolle, decanta e si consuma/ da singole clessidre/unicamente sole, e accoglie il gioco delle carte dei destini. Il posto della memoria si apre a tutti i ritorni, in una resistenza che tiene, in un ordito tenace, il filo dei ricci ribelli, il bagliore di una fiamma tranquilla al camino […] l’incanto di quella sua antica canzone/al ritmo di una piccola sedia/ che dondola piano. Il suono acuto di un dolore aggredisce i giorni della mamma, giovane vedova, che nasconde le lacrime alla figlia; figlia cullata dai singhiozzi, mamma consolata nel piccolo calore. In questo posto, ferito dall’assenza dell’abbraccio del padre/ si succedono e si stringono, le une con le altre, sorprese, le lune accese sui miei passi/ a farmi nuova luce sulla via e quelle lune per te andate a pezzi/lungo impietose orbite celesti. Nei giorni spettinati dell’infanzia, la lucerna a olio della nonna riesce a scaldare il cuore di bimba, mentre la madre ancora sfaccendava/in dialogo lunare con le stelle/ a riannodare l’oggi col domani per dare ai profili dei giorni e delle sere un nuovo calendario familiare. Geografie nuove aprono spazi dove Un vivido rossore all’orizzonte/ferisce azzurri stesi in mezzo al cielo. Un mondo nuovo, ogni volta, rinasce nei colori delle stagioni rinnovando la scommessa del seme e l’offerta dei trasalimenti delle sorprese che si raccolgono tutte attorno alla foglia, vela di oceani stesi come funi tra chiome e nuvole, e alla loro muta domanda che interroga tutti i destini: Non saprò mai se danza nei colori/o trema di terrore dell’ignoto/che sembra libertĂ . La sfida dell’ignoto delle vite e della libertĂ interroga anche la poesia alle prese con la prova di dare voce alle increspature sottili e ai vuoti lancinanti, quella poesia che è nell’attimo di incontro/ e ascolto di empatie non verbali/giri su corde armoniche di note/intese su liquide frequenze/sognate o forse solo immaginate. La stessa domanda riflessa nello sguardo del figlio, quasi un calco pulsante, di un percorso che lo ha visto lasciare bacche delle siepi/e sassolini presi dalla strada per svolgere il suo gomitolo di vita. Grazie alla sua capacitĂ di ascolto di empatie non verbali e frequenze che arrivano fin dentro il cuore delle persone, facendo della pietĂ e della comunione con gli altri, i suoi meridiani e paralleli, la poesia di Elena Malta riesce a raccogliere la luce estenuata della luna dimenticata nella notte afghana/ sul mare di macerie/di cose bombardate, qui a Kabul, / tutte tornate in polvere/come gli esseri umani, /pupi snervati dopo lo spettacolo. Il dolore del mondo, che spesso teniamo fuori, con indifferenza, cinismo ed egoismo, si raccoglie nelle lunghe processioni di profughi ucraini, ma vale per tutte le Moltitudini, briciole di storia, /tutte presto beccate da rapaci/in perenne sorvolo, sempre a caccia di conigli spauriti/ topi in fuga/ sorpresi sui campi di battaglia. La domanda, mille volte lanciata al cielo dalle bocche serrate delle vittime, dai reticolati dei campi di concentramento, dagli echi degli orrori, Concedimi, mio Dio, una risposta alla Shoah, […] Risento il tuono di quell’arrovello/che tu ponesti all’alba del mio tempo: Caino, dimmi, dov’è tuo fratello? resta senza risposta perchĂ© forse bisogna cercarla dentro le voragini della terra, dentro i baratri dove abbiamo mille volte sepolto l’idea di fraternitĂ . Lo sguardo penetrante della poesia di Elena Malta e l’ascolto empatico, come postura di osservazione e dialogo, portano la domanda della foglia a guardare una giostra di cavalli e a capire che La vita è questa grande giravolta, /un dedalo di vie da camminare/senza cavalcatura, per andare/stretti alle briglie e alla criniera folta. Ma c’è ancora una giostra che non gira, che non concede criniere ma solo briglie strette alle bocche di donne, a scandire sempre nuovo l’alfabeto del silenzio. Ma verrĂ un fiato lungo a dare voce e parola a donne e uomini, liberati da labbra e lingua e carne senza suono. Questa libertà è il posto dove stare, perchĂ© qui la domanda portata dalla foglia scioglie, infine, il nodo dell’ignoto. Questo è il posto delle parole e dei volti riconosciuti, il posto dove scendere dai barconi dei Nessuno per accogliere tutti, l’unico posto dove Torneranno rose nuove/sui rami ora/secchi, irti di spine/ su quei rami/nuove torneranno le rose.
La poesia di Elena Malta è un bel posto in cui stare perché l’autenticità della sua voce, sorretta, come rileva acutamente nella Prefazione Giovanni D’Alessandro, da una padronanza della metrica e da una profonda cultura, riesce a dare ad ogni lettore un luogo nuovo e bello dove abitare.
Lascia un commento