La mano del mondo, pubblicato da puntoacapo Editrice, nel giugno del 2025 è la quarta raccolta di Marco di Pasquale, dopo Il fruscio secco della luce, Wizarts, 2009, Formula di vapore, Arcipelago Itaca Edizioni, 2017, Dai sentieri divorati, Transeuropa, 2019. Il volume si articola in cinque sezioni: Fossero i versi una mano, Negli incontri sfiorati, La luce che ci resta, Get away get away e Fà durare; titoli questi, che compongono una sorta di mappa di territori da attraversare ed esplorare per andare oltre il limite d’ogni soglia inesistente, dove regna il tempo che scompare. Questi due versi, tratti dalla poesia di Francesco Scarabicchi, La figlia che non piange, posta in esergo, insieme ai titoli richiamati, definiscono il reticolo dei nuclei che generano le direzioni verso la cattura dei margini, aree minime, dove risiede la gola di narrare e procreare poesia nella foia/ che insemina la pagina. La parola poetica per Marco Di Pasquale è l’atto di massima responsabilità verso se stessi e verso i lettori, e questa acuta percezione dell’etica della scrittura innerva e irrora tutte le pagine di questo libro e tutta la sua opera. Da qui nasce l’invocazione e la speranza che fossero i versi una mano/aperta a drizzare l’azione/che spezza la pace perché, ci si può, certo, nascondere nel mantello dell’ignavia, ma la mano/ del mondo può in ogni momento/caderci sulla spalla, affondarci/ nella gravità sommersa del silenzio. Ed è proprio nel silenzio erto della svogliata indifferenza che la nebbia sceglie quali occhi salvare/ se l’urlo della luce li raggiunge. Per accogliere questo urlo, per non dissipare la luce/ in cui s’immerge ogni germoglio, per non condannarci ad una visione resa solo da ciglia basse e occhi duri/ senza brace da farci abbagliare, dobbiamo liberare lo sguardo dalle scorie della paura e dalle paratie degli egoismi dei piccoli mondi chiusi e ciechi ai rischi e alle meraviglie dell’incontro con gli altri, tutti gli altri che come noi, al pari di noi, compongono quello straordinario insieme magmatico che chiamiamo e, spesso, tradiamo negando il nostro sguardo, umanità. Sguardo che apre e riconosce, o chiude e non riconosce gli altri anche nei territori non compiuti dei gesti inespressi, Negli incontri sfiorati, come recita il titolo che apre la seconda sezione del libro. A volte basta poco per realizzare lo spazio nuovo di un incontro, di una sorpresa, di una rivelazione, come spostare una spalla mostrandoci disposti/al contatto. Per pigrizia, per un senso deformato della vita definita per sottrazioni noi non ci concediamo l’educazione di un cenno/un attestato di esistenza.

Nella terza sezione, La luce che ci resta, si apre il tempo delle possibilità residue, della consapevolezza delle tante poste che mettiamo in gioco ogni giorno, per noi stessi e per tutti, nella luce negata e oscurata da quella degli schermi, altro luogo nuovo di incontri alterati, in cui stiamo abbarbicati, noi accaniti tutti al computer/ per una posizione più avanti/ sulla scala del forse domani. In queste inavvertite spirali di rappresentazioni simulate del mondo, dalle onde appare la strage/della specie in forme plastiche/niente apoteosi delle sorti/presuntuose, di corrose ovazioni. Ombre e luci, vere e derivate, si contendono epifanie nel gioco delle illusioni e delle verità da trovare dentro ciò che vediamo o crediamo di vedere. In questi incroci di eventualità e specchi di verosimiglianze, la fatica di tenere saldo il filo dell’amore nei nodi delle trame e degli orditi delle relazioni si fa ardua, si cerca il proprio passo, tra spola e rampino, sul tessuto accidentato/che fatalmente si lascia divorare da queste trame voraci che/ non potremo mai debellare. Ma la luce che resta, per quanto assediata, rivela e protegge i passi/ che germogliano dal nuovo giorno/sboccia appena torno alle tue mani /sulle labbra il frutto dell’incanto. Tragli slanci che ci portano agli azzardi delle scoperte e gli inciampi prodotti dalle delusioni, vere e proprie forze di gravità, trova posto il dovere di continuare ad emettere segnali alla ricerca di un ascolto, un incontro, di qualcuno che manderà in soccorso una sonda/consolando i lividi entusiasmi. In questa quarta sezione, Get away get away si snodano gli itinerari che portano alla acquisizione di una certezza importante: anche se nessun volto ci somiglierà/ ma almeno un movimento della voce/ o un semplice disegno del pensiero/dentro un discorso che si era iniziato/ e da qualcuno sarà pronunciato. Qui viene ribadito che di fronte alle possibili e illusorie vie di fuga, l’unica vera speranza, per quanto contusa, è la tenacia delle scelte e la fermezza della costruzione delle possibilità che diventano nuove realtà. La quinta e ultima sezione, Fà durare, reca fin dal titolo un invito, una preghiera laica, un appello accorato a chi riconosce nei volti e nelle voci degli altri le parti necessarie al componimento del proprio essere e esserci, per ricordare e ricordarci una lezione antica che, troppo spesso, lasciamo cadere ad ogni tornante della nostra storia individuale e collettiva: riapprendi/ a rapire ai giorni i regali/ che ti recapitano, nutritene/come fosse sangue nuovo. La mano del mondo, quella che non schiaccia ma sostiene, quella che intreccia e non taglia è tutta nei versi finali, anche questi sorretti da una richiesta urgente, bruciante come la luce: non ti stanchi la manutenzione/del sognare, non manchi il manovrare/contro il conveniente. Versi che chiudono magistralmente il cerchio aperto dalla prima poesia e aprono ad una riflessione profonda, come solo la poesia può fare, sul senso della nostra avventura nel tempo che ci è dato vivere e rispondere alla domanda da porre a fondamento di ogni visione, ogni itinerario: quali segni vogliamo dare, scambiare, lasciare, trasformare per concorrere ad aprire con le nostre dita uno spazio più grande, per farne la mano di un mondo diverso, non solo possibile ma davvero necessario?

Con La mano del mondo Marco Di Pasquale, ci consegna versi raffinati e taglienti, portatori della luce dell’essenzialità che li rende particolarmente incisivi e profondi. All’assoluta padronanza dei suoi mezzi espressivi, Marco Di Pasquale unisce una acuminata consapevolezza della funzione della parola poetica e del ruolo, possibile, non dato ma frutto di scelte precise, del poeta nel contesto storico attuale.

La manutenzione dei sogni implica la manutenzione delle parole, della memoria, della conoscenza. In questo compito la poesia ha possibilitĂ  uniche; ma la manutenzione delle parole è anche opera di ecologia civile del discorso e qui, proprio qui, risiede l’etica e la responsabilitĂ  della scrittura. Di tutto questo Marco di Pasquale ha non solo piena coscienza ma ne ha fatto materia della sua poesia. Per questo, anche per questo, La mano del mondo è un libro necessario per capire, un po’ meglio, un po’ di piĂą, l’affanno del cammino e l’imprevedibile rivelazione dello stupore del vivere.

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