
Con Il giallo del semaforo, Società Editrice Fiorentina, 2025, Valeria Di Felice ci consegna la sua quarta raccolta di poesia dopo L’antiriva (2014), Attese (2016) e Il battente della felicità (2018). Questa raccolta conferma, da un lato, la piena padronanza dei suoi mezzi espressivi e, dall’altro, ci offre la testimonianza di un dettato poetico maturo, frutto di una visione sempre più approfondita e coerente con i caratteri, ben riconoscibili, della sua poetica. Ma, in questo libro, c’è molto di più: ci sono le carte di un viaggio di attraversamento e di indagine della condizione contemporanea che si svolge lungo vie a volte appartate, discoste e, a volte, invece, dentro gli ingorghi e gli incroci delle strade più trafficate e per questo, forse, meno riconoscibili, sommerse, come sono, da carcasse di simboli, da aspirazioni lanciate a folle velocità e da illusioni schiantatesi sui bordi di guardrail impotenti. D’altra parte, che le pagine offerte al lettore siano delle mappe di una vasta architettura viaria, lo annuncia già il titolo e, tutta la struttura del libro, articolato in quattro parti, è segnata da indicazioni che assolvono, fin dalle intestazioni delle sezioni, al compito di fissare delle coordinate che ancorano dei punti ma, contemporaneamente, aprano ad altre possibilità di affaccio e di comprensione. Ancora una notazione, di carattere generale, sul titolo che indica una sorta di tempo sospeso, per quanto minima sia la sua durata, e rimanda al significato del colore giallo che contiene caratteri diversi, contradditori, positivi e negativi, versanti di piena luce e pieghe di ombre. In fondo un viaggio, per quanto breve, è fatto di tappe, di attese e di itinerari da immaginare e da percorrere, con passi e con parole.
La poesia che apre la prima sezione del libro, Lampeggianti ovvero precedenze passeggere, intitolata La chiamata, fissa subito i propri punti cardinali che, a loro volta, delineano una presa d’atto, lucidissima e spietata, del nostro essere in esilio dall’universo/mentre scontiamo gli inganni/ della ragione. La talpa che sonda la terra e le stelle che hanno abitato orbite estinte tengono il filo sottile della memoria, la bisaccia irrinunciabile di ogni esule. Costellazioni di valori sono precipate a Gaza, una terra che non ha più gambe/ per sperare/ che abbiamo reso esule dai nostri sguardi e inchiodata ai punti sanguinanti lì, dove sono esplosi i limiti del mondo. E i mondi diversi che abitiamo, in questo universo perso dentro bolle di un tempo preda di tanti alfabeti mutilati, richiedono diversi calendari: da quello dell’amore che incarna l’assoluto nei corpi e fa fiorire le domande che colorano di rosso e di nero l’andare dei giorni, a quelli, senza date, dei pochi riemersi dalle macerie sommerse/ dell’indifferenza, nel mare dei migranti.
La seconda sezione, Segnaletiche in transito, si apre con la poesia Il giallo del semaforo, che dà il titolo al libro e che nell’ultimo verso riassume e rilancia il senso profondo di ogni viaggio, e di questo in particolare: Il viaggio era la segnaletica/ che stava cercando. E una segnaletica, del tutto particolare, è la sillaba prima che segna le vie dell’essere figlio e dell’essere madre. Vie che, intersecandosi con la raggiera grande dell’atlante di ogni vita, porta all’incrocio dove è piantata la domanda, ineludibile, che come un semaforo detta tempi e direzioni: Hai mai bevuto al chiosco delle domande/un bicchiere di carta per ogni destino/sorseggiando la luce delle risposte?
La terza sezione, Pellicole notturne ovvero figure del sogno, disegna la mappa della notte che qui diventa un luogo fisico, una contrada con i suoi paesaggi dove si srotola il traffico di ore che portano i carichi dei desideri, i colori degli amanti dentro le tele di Van Gogh, e dove, dopo il risveglio precipitato/ in una macchia di caffè, evaporati sudori e insonnie, rimane la ruggine di una promessa.
Nella quarta sezione, Dal confine ovvero logiche dell’irreale, il viaggio affronta i tornanti più pericolosi, quelli che rasentano i baratri della perdita e gli orizzonti del senso ultimo di tanto andare, scavare, guardare e guardarsi, che conducono ad un altro incrocio, dove è piantata la domanda che non concede scorciatoie: Qual è – mi chiedi – l’altra faccia del creato? Forse in un infinito universo/senza occhi né dio, in una prigione che non fa stare al mondo. E allora, occorre chiedersi se esista uno snodo, un passaggio che possa connettere i due universi del reale e del virtuale; se tra avatar e pixel, strumenti e presenze di un affollato metaverso e il nostro mondo, impastato con la polvere di terra e di stelle, si riesce a individuare un possibile incrocio, magari uno scambio fra la consapevolezza che non si può costruire senza sporcarmi le mani/ con le scorie della vita/ e la rivelazione colta su quel volto senza testamento/ che non sembra avere impressa la preoccupazione/ della fine, né la felicità dell’inizio. Ma le rivelazioni hanno bisogno di parole e dei libri che le custodiscono, le proteggono e le offrono. E qui, in questa strettoia, la poeta incontra il suo avatar editore che sembra arrendersi, vinta dalla fatica di continuare a mettere a fuoco/ la tavola della parola e da un futuro lasciato sullo scivolo della disillusione. Ma arriva in soccorso, ricongiungendo le due metà , o meglio riconnettendo le due dimensioni con un nuovo legame, la bellezza che, esplosa come il cucù a mezzogiorno/ rompendo la monotonia/di una stanza di paure/Ė uscita cantando l’ora esatta/dopo essersi alzata dalla sedia della ripetizione. La bellezza, in tutte le sue declinazioni, può liberarci dalle paure e aiutarci a trovare la nostra strada, solo se abbandoniamo la comoda sedia del già visto, usato, scambiato. Alzarsi significa accettare la fatica di trovare altra terra per i propri passi e il rischio di non trovarla.
Ma, a ben vedere, anche la sedia della ripetizione ha bisogno della terra e allora, se non vogliamo farci abbagliare dal giallo della sospensione senza gesti né parole, dobbiamo alzarci e mettere i piedi nella nostra strada, perché la posta in gioco, per tutti, non è il raggiungimento di una o più mete ma sapere, sempre, che simulare ha poco senso/se si uccide di sé ciò che resta.
Il giallo del semaforo, come ogni libro di autentica poesia, ci consegna lo stradario dei nostri passi, spesso ignoto anche alle nostre direzioni e che solo la lettura, per tornare alla creazione della poesia e ai libri che l’accolgono, ci rivela.
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