
Un continente chiamato corpo presenta, per la prima volta, al lettore italiano, con testo arabo a fronte, l’opera di Widad Nabi, poeta siriana di Kobane, costretta a fuggire dal suo Paese a causa della guerra e residente dal 2015 a Berlino. Simone Sibilio, docente di Lingua e Letteratura araba all’Università Ca’ Foscari di Venezia, traduttore e curatore del volume, nell’accurata e illuminante Introduzione, sintetizza con amore-corpo-donna-esilio-guerra le parole chiave dell’opera poetica di Widad Nabi; parole che indicano traiettorie di attraversamento di mondi e volti, di terre e di ferite, di dolori e di orizzonti, di amori e di morte, di devastazioni e di speranze. Indicazioni preziose che, tuttavia, come avverte Sibilio, non devono costituire l’esclusiva griglia tematica con cui guardare alla poesia di Widad Nabi perché, come annota ancora Simone Sibilio: ‹‹la voce poetica di Widad è espressione di un ‘identità composita, complessa e non solo sul piano etno-nazionale o religioso in cui convivono – e talvolta si annullano – l’identità curda e quella siriana; quella di tradizione islamica e quella laica.›› Una complessità, vorrei aggiungere, che riesce a tenere insieme tutti gli elementi che la compongono, dando vita ad una originale e riconoscibile nuova configurazione in cui trovano posto, in questa nuova casa poetica, i temi della guerra e delle sopraffazioni, dell’eros e della maternità; le istanze di liberazione e le violenze, l’amore e la soggettività femminile; i ruoli sociali delle donne e degli uomini, e le relative costruzioni culturali degli spazi del consentito e del proibito, la trama dei poteri esibiti e di quelli celati dietro le parvenze del presunto ordine naturale. Troviamo nelle sue pagine le atmosfere e i colori della sua terra, di Kobane e di Aleppo, la polvere secca dei passi persi e la tenacia di quelli non vinti. La poesia di Widad è potenza e furore, fuoco e grazia. Una poesia che si fa corpo che accoglie le voci prigioniere, smarrite, strozzate; le protegge e le ascolta, le prende come compagne di viaggio e ne fa voce della sua voce. Per questo la sua è anche una potente poesia politica, poesia politica – è bene chiarire subito – nel solo modo in cui può esserlo la poesia e cioè non propaganda o declinazione ideologica, ma racconto corale di una idea di umanità che dovrebbe essere il continente di tutti, perché aperta a tutti e rispettosa di tutti. Un dettato poetico che, per questo, trova la sua specifica versione di poesia universale. Ancora Sibilio rileva come identità e memoria rappresentino due elementi portanti dell’opera di Widad Nabi. Se identità e memoria sono assi portanti di ogni comunità e di ogni individuo, lo sono in modo del tutto particolare quando si è costretti, come nel caso di Widad, a fuggire dal proprio Paese e a cercare, da profughi, altra terra per i propri passi. Un corpo e, un mondo dentro e attorno a quel corpo, che diventa un corpo rifugiato, chedeve imparare di nuovo a muoversi e a cercare altre coordinate per nuove mappe di attraversamento. La scrittura diventa allora il telaio entro cui possono dipanarsi e intrecciarsi- nel solo modo in cui può farlo la poesia- i fili della condizione di profuga con quelli dell’identità e dell’integrità. Si capisce allora come la responsabilità della scrittura acquisti in Widad un valore etico straordinario e come identità e memoria siano nuclei incandescenti della sua poetica.
Ma in nessun caso la poesia di Widad Nabi può essere confinata entro la condizione di rifugiata: la sua è semplicemente, potentemente, poesia senza altri aggettivi.
Un continente chiamato corpo, la prima sezione del libro, è una sorta di manifesto poetico dell’autrice, forse non a caso è la poesia che dà il titolo al volume, in cui l’identificazione tra la sua terra e il corpo genera il canto dolente, nostalgico e fiero di un corpo che rifiorisce/ ad ogni battaglia, un continente di aranceti nella memoria/del tempo, porta del paradiso o dell’inferno/signore di questa terra crudele/quando tutto sarà finito. E il corpo è anche il territorio d’elezione dell’amore e delle sue molteplici espressioni. Widad Nabi, ci offre un canzoniere d’amore dove il punto di vista femminile e, in controluce, il ruolo della donna trovano accenti di straordinaria profondità e svela le costellazioni di nodi e di ali che tengono e sostengono gli slanci degli amori. Oltre le lenzuola sature/dei profumi della cucina dell’amore, oltre i brividi/come acqua in una fornace ardente/come luce che dona al buio la sua ragion d’essere si intrecciano gli incroci delle vie e delle vite delle donne sole/che hanno passato la vita a correre/hanno gettato gli anelli d’amore nei fiumi di città straniere, hanno aspettato a lungo/finché nei loro sguardi non è sbocciato/ un giardino di speranza. La vera sorgente dell’amore, di ogni amore, è quindi la speranza e la ricerca della felicità deve, in ogni luogo, superare gli aspri tornanti della tristezza anche se la vecchia ferita sotto la bocca/resterà come un granaio/che macina ogni nuova felicità/sotto le mani di un antico passato.
Nella seconda sezione troviamo una selezione dei testi della raccolta La morte come fosse un rottame, che ha ottenuto ampi riconoscimenti sia nel mondo arabo, sia in quello internazionale. Qui la critica al regime, alle violenze dell’esercito e dei gruppi jihadisti, agli strappi materiali e simbolici della guerra, l’esilio trovano esiti di grande intensità. Il Paese ci ha dato nomi tristi/madri ansiose/un inno nazionale che osanna l’assassino/dopo un quarto di secolo e una guerra/darà alle nostre bare un visto d’uscita? Dopo, dopo l’uscita la Distanza/è una geografia della sopraffazione/che separa città lontane migliaia di miglia/in una hai lasciato i vestiti sul filo del bucato/nell’altra tendi la mano al vento per raccoglierli. Nella casa nuova non potrà mutarsi in rosa/la ferita perché dell’oscurità che pervade ogni esule/nel celare quel sospiro dolente emesso dal nuovo accento, il cuore non potrà trovarvi alcuna residenza. La ferita dell’esilio, dell’abbandono di Kobane, città natale, torna nel poema in prosa dedicato alla guerrigliera curda Arin Mirkan, morta nel 2014 nel corso della lotta di liberazione contro lo Stato Islamico. Lapidiamo la nostra anima con pietre di nostalgia per/Kobane,/mentre mendicano i nostri passi sui marciapiedi di città/straniere.
E ancora, quasi a suggello di questa sezione, il grido – che altro opporre?- di fronte allo sterminio di oltre 1700 persone, attraverso il lancio di razzi terra-terra contenenti gas sarin: Nella Ghuta orientale/il sole ha vergogna di sorgere/davanti alle grida dei bambini che giungono/dai loro cieli lontani/Attenti all’aria! Attenti all’aria!
Oggi il coro delle grida che si leva dalla Siria, dalla Palestina e da tante, troppe, parti del mondo dovrebbe salire così in alto da oscurare, con un carico immane di dolore, il nostro sole e indurci a farci, finalmente, quelle domande che potrebbero/dovrebbero generare nuove consapevolezze, nuove responsabilità e azioni conseguenti. Ma il dolore, come sappiamo, ma spesso dimentichiamo, non è uguale, non ha lo stesso peso e la stessa dignità: dipende dall’importanza attribuita ai luoghi, dalle geografie degli interessi economici e geopolitici, dalla nostra intermittente attenzione. Questo ci porta alla riflessione finale sul valore della poesia e sulla sua funzione. Nella Postfazione Ilaria Giovinazzo riporta una dichiarazione di Widad Nabi affidata ad una intervista: “Scrivere non può salvare nessuno ma dobbiamo continuare a farlo per chi è morto, dobbiamo essere la loro voce. Ė un atto di resistenza”.
Scrivere non salva, ma ci sono molti modi per cercare di salvare, almeno qui, dove è possibile e le bombe non arrivano, un’idea di umanità e di dignità che può renderci cittadini consapevoli e perciò solidali di quell’unico continente cantato nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
In questo percorso Widad Nabi, una delle voci più significative della poesia araba contemporanea, ci offre la preziosa possibilità di vedere le orme del nostro sguardo sul Medio Oriente e di scoprire o riscoprire che la poesia, la sua poesia, parla a noi e di noi in forza proprio di quella idea di umanità e di riaffermare la forza, mite, feconda, implacabile, delle ragioni della poesia e della sua inestinguibile funzione.
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