Foto di Raphael Silva da Pixabay

Al tempo della ‘sperimentazione’ più o meno selvaggia, più o meno pensata e sentita necessaria, più o meno praticata, esibita o depistata, degli anni ’60 e ’70, una delle fobie maggiormente in voga era per la soggettività: in poesia, nella narrativa, nel cinema, nelle arti. Una vera caccia alla strega-‘io’. Pericolo di lirismo passatista, si diceva, di individualismo borghese, di autobiografismo retrò, di egocentrismo, di autoritarismo. Anche nelle relazioni personali, politiche e sociali: nella coppia, nella famiglia, nelle assemblee, nei gruppi – meglio: ‘collettivi’ – d’autocoscienza, nell’amicizia, dappertutto insomma, c’era da tener d’occhio che l’‘io’ si tenesse in limiti precisi, demarcati dal contesto sociale, che non si proiettasse con modi condizionanti sull’altro, che non vestisse panni autoritari. Quasi impossibile anche da pronunciare, insieme a tutto l’armamentario che poteva indirettamente farlo rientrare dalla finestra: atteggiamenti e sentimenti troppo personalistici, pause e fughe dall’appartenenza (alla lettera) a gruppi e collettivi, desideri e progetti troppo individuali. A meno che la soggettività non fosse sperimentalmente decostrutta anch’essa, in scritture desintattizzate, in parole ricondotte al puro segno fisico, in lingue mistinventate; o venisse microscopizzata nei flussi di coscienza, in effusioni verbali o fonetiche; o fosse coniugata ad un facile plurale nelle psico-analisi di gruppo, nei manuali a buon mercato dell’introspezione sociale; o fosse convogliata nella critica alla cultura di massa della pop art, nell’oggettività gestuale dell’action painting, nella vulgata della nullificazione buddhista.
Poi, passata la febbre, il rientro nei ranghi. Dopo la morte dell’arte profetizzata con dolorosa rassegnazione da grandi maestri come Argan, torna dalla fine degli anni ‘70 il figurato, l’antropomorfo, l’emozione fino all’eccesso – l’ansia, l’angoscia, la violazione soprattutto – nell’arte nuova e nelle ricerche sull’arte passata. Gli artisti e gli scrittori a poco a poco tirano fuori dalle loro segrete lavori centrati sull’‘io’. In focalizzazioni tornate onniscienti si innestano scavi sentimentali e psicologici dell’individuo, ricompaiono le narrazioni in forma di diari e confessioni. Si tratta di un ‘io’ un po’ molto malato, disgregato, privo di modelli forti – per i maschi soprattutto, ma anche per le donne man mano che il femminismo e la loro rivolta si disperdono in mille rivoli, abbassano i toni, si incanalano in quote rosa istituzionali, in colorati ed effimeri girotondi, si fanno echi flebili prima di trovare/tentare microesperienze nuove. I poeti tornano a verseggiare da un ‘io’, magari trasferito ad un ‘tu’, ad un’indeterminatezza onirica e innamorata, a un personaggio-alter ego. Indubbiamente qualche innovazione e qualche svecchiamento ci sono stati: il divorzio, l’aborto, la scuola dell’obbligo, il nuovo diritto di famiglia, la droga. Ma soprattutto c’è stato quel mutamento necessario per collocare la soggettività nell’era dell’energia atomica – passata da paura della bomba a esperienza di Černobyl –, nell’era del totale ridimensionamento al globale, del neoliberismo, della completa reificazione –avrebbero detto i Francofortiani – commerciale, e mediatica – avrebbe aggiunto Orwell –; nell’era dell’ubriacatura d’industria e di soldi all’insegna di sesso droga e rock’n’roll, nonché di mani sporche e mani pulite.
Il nuovo millennio si è aperto a restauro concluso: l’io idiota. Nel completo senso itinerante del termine, dalla sua origine greca di ‘privato, escluso dalle cariche pubbliche’ (partiti popolari di massa in dissoluzione, eclatanti sommovimenti sociali di respiro effimero, chiese in crisi, ideologie di classi opposte dissolte, muri di guerra fredda caduti, ecc.), alla successiva significazione di ‘popolano, plebeo, ignorante’(collocabile nel lato-lama sempre più popoloso della forbice, in divaricazione costante, povero/ricco, ma anche: mediocremente istruito e non dotato di mezzi critici/potente con la disponibilità illimitata di esperti, specialisti, colti; nel quadro generale dell’abbassamento culturale della scuola, delle arti popolari – narrativa, cinema, mostre, festival, ecc. –, dei media popolari – televisioni in primis: si pensi agli starnazzanti attuali talk show di opinionisti più o meno politici in confronto coi dibattiti, le tribune, i tivusette di un tempo; oppure alla subìta accettazione di una pubblicità tanto invasiva da  disfunzionamento psichico – ecc.); per arrivare alla definibilità finale di ‘stupido, inerme, innocuo’.
Vuoto, non a perdere ma a riempire. Di quanto è necessario ai supermarket mondiali telematici onnisoddisfacenti, ai signori dei nuovi imperi e della guerra, ai negazionisti dell’Antropocene – a volte dubito che consapevolmente pensino: tanto, anche ne rimanessero solo pochi, sarebbero della razza buona. ’Buona’ come intendevano i greci antichi: kalòs kai agathòs, bello e buono = nobile, potente, (ricco).  
Nuove finzioni plurali, nuovi ‘noi’ accorrono a dar sostanza al vuoto del singolo: l’appartenenza viscerale, cieca, fanatica a una curva dello stadio, a una nazione/civiltà naturalmente migliore di tutte, a una religione che non tollera alterità, a una razza che si connota superiore semplicemente per il non-essere-l’-altro, e, se proprio non basta, l’appartenenza ad una schiera che ti guarda, ti accerta, ti definisce, ti crede  l’avatar che hai costruito di te nei social; che ti si associa, uguale,nei mascheramenti delle mode, delle griffe, delle star idolatrate, delle bande minorili, degli stupri di gruppo. La scelta politica, la scelta etica demandata all’assenza di partecipazione, o delegata ad un leader, non più lontano e inverificabile come il dittatore di un tempo, ma mediaticamente offerto come l’appariscente megliorappresentante del momento (tanto sono tutti uguali), il goleador con più punti-sondaggio, a cui concedere – scaricare – ogni faticosa decisione collettiva. I pochi – o più di pochi, ma ben tenuti al buio o malsopportati –, buoni e bravi, tipo Gino Strada, Papa Francesco, Maria Lai, i predicatori dell’interconnessione tra tutti gli essenti del mondo, gli ecologisti più o meno esperti come Greta, i marinai salvabarconi nel Mediterraneo, i medici senza frontiere, mia zia Marisa che si fa in quattro da una vita per gli extracomunitari del suo condominio, be’ sì, un qualche battimano ogni tanto lo strappano, oppure un ‘oh!, però!’ stupito – magari se transitano in qualche spazio mediatico, tipo Gramellini – ma passa subito: troppo spinti, esagerati, fin faticosi da immaginare, figuriamoci da seguirne l’esempio.
EPPURE…

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  1. Avatar Lucia Fornieri
    Lucia Fornieri

    Brava Milena, sembra un monologo teatrale che ti lascia senza fiato e poi lancia la palla

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